Un processo necessario per consegnare una verità giudiziaria alla famiglia e alla società civile. Un procedimento che potrebbe individuare i responsabili del sequestro, della tortura e dell’uccisione, quasi sei anni fa, di Giulio Regeni, che difficilmente saranno puniti. La prima udienza che si apre oggi nell’aula bunker di Rebibbia vede imputati i quattro agenti della National Security egiziana che i pm di Roma ritengono gli esecutori materiali, a vario titolo, del rapimento e dell’uccisione del ricercatore di Fiumicello, scomparso il 25 gennaio del 2015 poco dopo essere uscito di casa e il cui corpo martoriato è stato ritrovato circa una settimana dopo, il 3 febbraio, lungo l’autostrada del deserto che collega Il Cairo ad Alessandria.

Il processo che prende il via a Roma vuole riconsegnare a Paola Deffendi e Claudio Regeni la verità sulla scomparsa del loro figlio, ma ha l’occasione di offrire anche una risposta definitiva a tutto il Paese sull’operazione messa in piedi, sostiene l’accusa, dagli apparati della sicurezza egiziana, nella speranza di risalire anche a un eventuale mandante, dopo quasi sei anni di scontri, accuse reciproche tra Roma e Il Cairo, depistaggi, altri omicidi e tentativi di infangare l’immagine di Regeni che mai hanno trovato riscontro, come quello secondo cui Giulio sarebbe stato al soldo dei servizi segreti inglesi, che i veri mandanti dell’omicidio fossero elementi delle intelligence straniere che volevano destabilizzare i rapporti tra Italia ed Egitto, oppure che il ricercatore fosse stato ucciso per motivi passionali. Tutte versioni mai provate, se non smentite, dalle indagini condotte dal procuratore capo di Roma, Michele Prestipino, e dal pm Sergio Colaiocco.

I quattro imputati e le testimonianze: “Giulio torturato nella stanza 13”
Secondo i due magistrati, sono invece il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif i colpevoli della morte di Regeni. Tutti sono a processo per sequestro di persona pluriaggravato, con Sharif che dovrà rispondere anche dell’accusa di concorso in lesioni personali aggravate e concorso in omicidio aggravato. Gli interrogatori sotto tortura sono avvenuti dentro alla “stanza 13” al primo piano di un villino degli Anni 50 nel centro del Cairo, noto per essere una delle sedi della Nsa egiziana. Una convinzione, quella dei pm, legata alle testimonianze incrociate di più persone, le cui identità non sono mai state diffuse, che hanno dichiarato di aver visto Giulio all’interno dell’edificio nei giorni del sequestro, “ammanettato a terra con segni di tortura sul torace“, come raccontato da uno dei testimoni che da 15 anni lavora all’interno della sede dei servizi del Cairo.

L’ostruzionismo dell’Egitto, tra depistaggi e mancata collaborazione
Nonostante le testimonianze e le indagini svolte dalla Procura, che ormai da mesi ha interrotto la collaborazione con gli omologhi egiziani, pm e governo del Cairo non hanno mai riconosciuto il risultato dell’inchiesta italiana e hanno dato inizio a un ostruzionismo che va avanti da anni: dalla rogatoria del 2019, a cui mai è stata data risposta, nella quale si chiedeva l’elezione di domicilio degli indagati, fino a spacciare per buono il depistaggio sulla banda di rapinatori, oltre alle dichiarazioni del governo che ha più volte ribadito che i quattro imputati non saranno messi a disposizione della magistratura italiana. Una strategia che ha raggiunto l’apice con la nota diffusa nel dicembre 2020 proprio dal procuratore generale egiziano, Hamada Al Sawi, nella quale si attacca l’operato dei magistrati romani: “Tutto ciò che l’autorità italiana ha evocato sui quattro ufficiali e sottufficiali del settore della sicurezza nazionale egiziana è basato su false conclusioni illogiche – scriveva – ed è contrario a tutti i fondamenti giuridici internazionali e ai principi del diritto che necessitano la presenza di prove certe nei confronti dei sospettati. Le autorità italiane hanno fatto il collegamento fra prove ed atti in maniera scorretta“, circostanza “che ha causato una percezione difettosa degli eventi e una perturbazione della comprensione della natura del lavoro degli ufficiali di polizia, delle loro procedure e della natura dell’inchiesta compiuta sul comportamento della vittima”.

La mossa di Palazzo Chigi: si costituisce parte civile
Ieri l’ultima conferma di quella che, sul caso giudiziario, è di fatto una rottura insanabile. Palazzo Chigi ha deciso di costituirsi parte civile, con tutti i presidenti del Consiglio italiani che hanno governato dall’uccisione di Regeni in poi (Renzi, Gentiloni, Conte e Draghi) che verranno chiamati a testimoniare. Con loro anche i ministri degli Esteri e i vertici dell’intelligence. Inoltre, l’avvocato della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, ha annunciato l’intenzione di chiamare a deporre anche il presidente Abdel Fattah al-Sisi. Che ha risposto a muso duro, seppur non direttamente, alle accuse e alla richiesta, ancora informale, di comparire: “Avete a che fare con uno Stato che rispetta se stesso e rispetta pienamente la sua gente – ha detto al summit dei Paesi di Visegrad – In Egitto c’è un potere che non si sottomette ad alcun diktat. Ai nostri amici europei dico che bisogna capire cosa sta succedendo in Egitto”.

Parole che, se fosse necessario, tolgono ogni dubbio riguardo a quello che sarà l’atteggiamento dell’Egitto, indipendentemente dall’esito del processo ai quattro della National Security: ostruzionismo e mancato riconoscimento di una verità processuale che non combaci con le tesi del Cairo. Una verità che, però, i giudici dovranno consegnare alla famiglia Regeni e a chi, in questi anni, ha sostenuto la loro ricerca di verità. Una necessità che anche il presidente della commissione d’inchiesta parlamentare ad hoc, Erasmo Palazzotto, aveva evidenziato in un’intervista a Ilfattoquotidiano.it: “La società civile ha dimostrato di non essere disposta a passarci sopra”

Twitter: @GianniRosini

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