E così se n’è andato un altro Grande, Elio Pandolfi. Riguardando oggi il suo primo film, a episodi, Altri tempi – Zibaldone n. 1 (1952) diretto dal Maestro Alessandro Blasetti, si prova come una stretta al cuore. Pandolfi, allora 26enne, protagonista, accanto alla svedese Barbara Florian, del siparietto intitolato Pot-pourri di canzoni, non parla mai. O meglio, parla con il proprio corpo e la propria mirabolante gestualità, sulle note di vecchie canzoni di un tempo che fu. È l’iter sentimentale – di una tenerezza disarmante – di due futuri sposini, appunto ‘d’altri tempi’, che si amano candidamente.

Già qui, però, Pandolfi gigioneggia come farà per tutta la sua lunga carriera, durata oltre novant’anni (ebbene sì, 90: è scomparso a 95, l’11 ottobre scorso, e ha cominciato da bimbo…). Infatti, lo abbiamo sempre visto in azione, intervistato o presente a meeting che lo omaggiavano: fino all’ultimo. “Mia madre capì da subito che ero diverso dagli altri bambini – raccontava Pandolfi – inventavo commedie, recitavo versi da me composti, cantavo e ballavo nel cortile della scuola. Nel 1940, mi esibii per la prima volta in un’operetta famosa, Al cavallino bianco. Lo spettacolo si tenne nel teatrino della mia parrocchia. Mi sentivo attore nato. Non era una scelta. Dovevo assolutamente fare l’attore. A tutti i costi!”.

Fino all’ultimo, è stato un lucidissimo cantore di mille storie e aneddoti su film, operette, riviste (che interpretò con Wanda Osiris, Carlo Dapporto, Lauretta Masiero, Febo Conti e Antonella Steni, poi divenuta la sua compagna, e tanti altri), anche perché era dotato di una prodigiosa memoria. Oltre al doppiaggio, campo in cui si è esibito per l’intera vita (non sopportava i cartoni animati che comunque frequentò: è sua la voce italiana, uno per tutti, di Paperino).

Era nato a Roma nel 1926 da una famiglia modesta e numerosa: il padre Saturno era il portiere di palazzo Sora, un edificio quattrocentesco di corso Vittorio. Da sempre portato allo spettacolo (lui diceva d’essere “nato cantando”) entrò nelle grazie di Silvio d’Amico che adorava le sue improvvisazioni comiche e lo volle all’Accademia nazionale d’arte drammatica. A soli 22 anni venne scritturato come mimo e ballerino in Les malheurs d’Orphée di Darius Milhaud per poi approdare al Piccolo Teatro di Roma e, infine, alle riviste di Garinei e Giovannini, Dino Verde ed altri autori.

Il lavoro teatrale al quale fu più legato è, però, L’impresario delle Smirne di Carlo Goldoni con la regia di Luchino Visconti, che Pandolfi (che interpretava un cantante castrato) ha sempre dichiarato essere il suo mentore, colui che, più d’ogni altro, gli insegnò il mestiere d’attore. Lo aveva conquistato andandolo a trovare nella sua villa sulla Salaria, presentato dall’autore e regista televisivo Guido Sacerdote. Lì si esibiva in straordinarie gag: dalle imitazioni dei colleghi (e colleghe) attori e attrici, fino alla proiezione coram populo di mini filmati amatoriali che inventava e proiettava al regista e ai suoi ospiti. E Visconti ne subiva un fascino particolare. Si divertiva un mondo, lui che non era poi così facile alla risata… Pare che Visconti gli avesse fatto persino doppiare una battuta di Alida Valli in Senso (’54), tanto Pandolfi era bravo.

I registi Caterina Taricano e Claudio De Pasqualis hanno realizzato un documentario (A qualcuno piacerà, 2015) che ripercorre la sua lunga carriera. Ma quattro anni dopo, nel 2019, l’attore calcava ancora il palcoscenico con Io mi ricordo per la regia di Paolo Silvestrini. Ha adottato un figlio, Natale Orioles (…e Claudia Pandolfi, l’attrice, non ha alcuna parentela con lui, anche se s’era diffusa, in rete e non solo, una leggenda metropolitana in tal senso…).

Lui, sempre ironico e tagliente nei suoi sketch nei confronti di preti e suore (quello sulle monache di clausura è esilarante), uomo di spettacolo a 360 gradi (come tutti i grandi attori…) ha ricoperto ogni tipo di ruolo (memorabile l’interpretazione di Miguel il messicano – Pandolfi è quasi irriconoscibile, al fianco di Buzzanca e Vianello, con quel look che vuol fare il verso all’Indio di Gian Maria Volontè – nella parodia di Per qualche dollaro in più di Sergio Leone, ovvero Per qualche dollaro in meno, diretto da Mario Mattoli nel ’66 ma sceneggiato dai fratelli Corbucci). Ha girato 26 film, partecipando a decine di riviste, operette e pièce teatrali e ad oltre 500 doppiaggi). Più un mare di show televisivi.

Da uomo di grande cultura qual era non ha mai snobbato ruoli popolari, pur potendosi vantare di aver lavorato con il grande Luchino. Ed è stato sempre coerente. Lui, che ha costantemente sbeffeggiato il clero e demistificato le ipocrisie della nostra società (al suo pari, forse, solo un altro Grande scomparso: Paolo Poli), lo ha fatto sino alla fine: aveva richiesto che non gli si facesse neppure un funerale.

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