Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in Polonia raccogliendo l’appello dell’ex presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, per protestare contro la recente decisione della Corte Costituzionale di Varsavia che ha stabilito il primato della Carta sulle leggi comunitarie, rovesciando un principio fondante contenuto nei Trattati dell’Ue ratificati da tutti gli Stati membri. “Non c’è ora cosa più importante che difendere la Polonia in Europa“, ha detto Tusk rivolgendosi alla marea di persone riunite nella Piazza del Castello della capitale. Mentre il primo ministro, Mateusz Morawiecki, in un videomessaggio trasmesso durante la convention nazionale degli ultranazionalisti spagnoli di Vox, ha rivendicato la decisione di una corte formata da giudici nominati dal governo stesso: “Il ruolo dell’Unione europea è sostenere lo sviluppo dei Paesi, senza imporre loro idee contrarie alla loro storia e identità e senza imporre loro soluzioni legali che siano incompatibili con il loro ordinamento giuridico”.

L’idea di una possibile Polexit, un’uscita della Polonia dall’Unione europea, circolata nei giorni scorsi fa paura nel Paese e così manifestazioni parallele si sono svolte a Cracovia, Breslavia, Poznan e Kalisz e in oltre 30 città riunendo centinaia di migliaia di persone. I manifestanti, esibendo bandiere della Ue, hanno gridato “Noi vogliamo restare nell’Unione europea” e altri slogan pro-Ue. A Varsavia, fra i diversi politici presenti, ha preso la parola il sindaco della capitale Rafal Trzaskowski il quale, rivolgendosi ai giovani, li ha invitati a “restare polacchi ma allo stesso tempo europei”.

Da parte sua, Morawiecki ha continuato a sostenere che “non possiamo lasciare questo aspetto nelle mani di chi non comprende che l’unità non è omologazione. Dobbiamo proteggere le differenze delle comunità nazionali perché da queste diversità dipende la forza del nostro continente”. Anche se ha voluto rimarcare che la posizione del governo non deve essere interpretata come antieuropeista: “L’Europa è la nostra casa comune, dove vivono nazioni differenti e ognuna deve avere garantito uno sviluppo sovrano”.

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