di Natascia Zangani

Cara redazione de Il Fatto Quotidiano,

oggi mi è accaduto un fatto singolare, che mi ostino a definire tale nella ferma convinzione che all’ottusità non ci si debba né possa abituare, nemmeno in nome delle norme anti-Covid. Mi spiego meglio così che possiate capire da dove deriva questa mia ostinazione.

Oggi mi sono recata in un punto prelievi a Trento, munita di ricetta per alcune analisi che prevedono un prelievo e la consegna di un campione. Nei giorni scorsi ho provato a prenotare il prelievo sul sito del CUP, ma i tempi erano davvero lunghissimi e così ho deciso di recarmi a fare il prelievo questa mattina. Lo so, beata ingenuità – penserete voi.

Una volta arrivata sul luogo mi hanno spiegato che era impossibile fare il prelievo senza prenotazione, lo sapevano tutti ormai. La spiegazione è stata accompagnata da un gesto teatrale del braccio con cui si indicava una sbiadita stampa in bianco e nero appesa ad una colonnina che, in effetti, corroborava la restrizione oggetto della mia incredulità.

Confesso di non essere riuscita a stare al passo con le 81 Ordinanze del Presidente della Provincia che si sono susseguite a ritmo serrato negli ultimi due anni, ho arrancato, è vero, perdendo qualche pezzo qua e là forse. Vale la pena specificare però che navigando nel sito dell’Azienda Sanitaria, nella pagine dedicate al servizio dei prelievi, non ho trovato specificato l’obbligo di prenotazione: nessun avviso luminoso e intermittente, nessun banner invadente, nessun grassetto che metta in allerta circa l’essenzialità imprescindibile della prenotazione. Una volta ritornata a casa ho setacciato il sito ed eccolo lì nelle modalità di accesso, senza alcuna enfasi, quasi fosse una norma, una consuetudine: “le accettazioni e i prelievi si effettuano da lunedì a venerdì previa prenotazione telefonica oppure online”.

Mi è stato poi spiegato, con la stessa faccia incredula e quasi offesa con cui si guarda un marziano che osserva l’erba del prato di un terrestre, che avrei potuto però consegnare il campione che avevo diligentemente raccolto a casa (non mi addentro oltre in dettagli scabrosi a riguardo solo perché non essenziali alla narrazione del fatto in sé, sono sicura che l’imbarazzo di accennare con disinvoltura a tali campioni custoditi in borsetta all’interno di diversi sacchetti – col metodo-matrioska, ovvio, perché non si sa mai – sia un’esperienza piuttosto universale).

Ho quindi preso il numerino e atteso in fila insieme ai presenti, dopo essermi sottoposta al nuovo rito di iniziazione ai servizi pubblici: igienizzazione delle mani (il che, per chi ha la dermatite come me, equivale a sopprimere diverse imprecazioni tra i denti mentre l’alcool brucia sugli eczemi… già, ho pure dimenticato i guanti questa mattina, ah l’organizzazione, che miraggio irraggiungibile!), scanner della temperatura e mascherina chirurgica (la mia era chirurgica ma non era azzurra come la loro… fortunatamente ne ho sfoderata una azzurra nuova nuova dalla borsetta, appena in tempo per evitare quella che l’addetto alla sorveglianza, dopo avermi rincorso, mi stava porgendo con le sue mani che chissà quanto tempo prima erano state igienizzate e in quali antri bui avevano nel frattempo bivaccato).

Ma ritorniamo ai fatti, perché ai fatti bisogna attenersi per capire e giudicare una situazione. Forse vale la pena precisare che questa mattina avevo con me mio figlio di due anni, al quale avevo spiegato che avrebbe dovuto stare sul passeggino: i bimbi non potevano scendere dal passeggino in quel posto strano. Ovviamente a lui questa regola non è piaciuta molto, ma è servita a me per evitare che il già citato addetto alla sorveglianza andasse nel panico a vedere un “moccioso” (ebbene sì, mio figlio è dotato di moccio tutto l’inverno, non ha ancora ricevuto l’aggiornamento del software anti-Covid che elimina questo annoso problema con le relative occhiate di panico delle persone alle quali corre incontro con entusiasmo, incurante del famigerato moccico che gli campeggia in faccia).

Ora voi penserete forse che questa divagazione su mio figlio sia poco strumentale alla narrazione del fatto d’interesse, io la ritengo invece essenziale. Avete mai sentito parlare dei “terrible two”? La tremenda fase dei due anni nei bambini è caratterizzata soprattutto da una grande voglia di autonomia e una grande curiosità, motivo per il quale mio figlio non era per nulla contento di stare fermo sul passeggino, il che ha reso l’attesa spiacevole per entrambi. Ovviamente, non è prevista nessuna precedenza in caso di accompagnamento di bambini piccoli, d’altronde lo sappiamo che i bambini e le mamme non godono di diritti speciali, anzi con la maternità le madri guadagnano l’obbligo di critica. Sapete, vero, a cosa mi riferisco? Parlo di quella norma implicita nella nostra morale che permette a chiunque di criticare, meglio se aspramente, una madre in ogni situazione. Credo sia sempre per via degli ormoni, non siamo più lucide dopo che abbiamo partorito, ci rincoglioniamo, ecco, per dirla con il linguaggio del vulgus, quindi abbiamo bisogno di molti consigli, possibilmente accompagnati da una scrollata del capo e uno sguardo di disapprovazione assestati al momento opportuno.

Comunque, non voglio dilungarmi, oltre ecco qui il fatto nudo e crudo e lascio a voi ogni ulteriore giudizio: la cassiera mi spiega che posso solo consegnare il campione perché hanno a disposizione un minuto e mezzo per ogni paziente. Faccio presente che l’obbligo di prenotazione non è specificato sul sito né altrove, mi risponde che un anno e mezzo fa era su tutti i giornali (non me ne voglia la redazione dei giornali locali se ho perso quell’evidentemente obbligatoria lettura). Le spiego che ho preso appositamente un permesso dal lavoro per eseguire quel prelievo, mi risponde che non si può, norme anti-Covid sentenzia, infine, lapidaria. Ecco questo è il fatto, qui il mio neurone (non temete, è solo una sineddoche, la scrivente ha una popolazione di neuroni meno misera) è saltato, ha fatto una capriola e si è rifiutato di proseguire oltre.

Cioè mi spiego meglio: ho il famigerato Green Pass, ho la mascherina chirurgica, ho igienizzato le mani, ho misurato la temperatura e isolato il rischio biologico derivante dal moccico del mio bimbo immobilizzandolo su un passeggino (vi rassicuro subito, nessun bambino è stato torturato per questo, eravamo dotati di diversivi e golosi biscotti in via eccezionale), sono in coda alla cassa per consegnare il campione, entro nella stanza degli esami, consegno le etichette, il campione, gli incartamenti vari… ma che io mi sieda un minuto per un prelievo del sangue quello no, è impossibile, norme anti-Covid. Io lo trovo di un’ottusità imbarazzante, lascio a voi, scevri dal mio obnubilamento, il giudizio finale.

Ovviamente mi è stato richiesto di pagare comunque il prelievo non effettuato che avrei potuto venire a fare poi previa prenotazione, il primo posto disponibile è tra una settimana. Segue anche un’imbarazzata telefonata delle segretaria ad un tale signor M. al quale viene spiegata la situazione, la telefonata si conclude con un “come le ho detto io, grazie”. Nulla da fare insomma, il foglietto stropicciato appeso alla colonnina alla stregua del codice di Hammurabi incontestabile.

Non so cosa ne pensiate, ma fatemelo sapere perché mi interessa molto, nel frattempo vi dico cosa ne penso io: una società che non prevede possibile per una mamma con un bimbo di due anni una soglia di tolleranza di un minuto e mezzo per fare un prelievo ha poco di cui vantarsi, invocare le norme anti-Covid per giustificare le nostre rigidità mentali e l’attaccamento spasmodico e acritico ai regolamenti lo trovo pretestuoso e umanamente deprimente.

So di avervi raccontato in molte parole una vicenda piccola, di piccole frustrazioni quotidiane a cui questa epidemia ci ha assuefatti, ma è questa la nostra nuova norma? È questa quindi la rigidità insensata a cui ci è richiesto di abituarci? Sarà la rigida e acritica osservanza dei regolamenti l’ispirazione della nostra morale collettiva, il nostro faro luminoso che ci indica la via della rettitudine? Sì, vi ho parlato di fatti piccoli, o forse sono le persone che si stanno rimpicciolendo di fronte alla paura di questa pandemia.

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