A lanciare l’allarme è stato lo stesso Papa Francesco: “Sono ancora vivo. Nonostante alcuni mi volessero morto. So che ci sono stati persino incontri tra prelati, i quali pensavano che il Papa fosse più grave di quel che veniva detto. Preparavano il conclave”. Le parole di Bergoglio ai gesuiti slovacchi hanno svelato definitivamente i giochi per la successione del Pontefice latinoamericano. Come si sta preparando la prossima Sede Vacante? Cosa resta del papato (Edizioni Terra Santa) di Francesco Antonio Grana, vaticanista de ilfattoquotidiano.it, svela i retroscena in vista del conclave. “È evidente – scrive il giornalista nel suo libro – che le fazioni, quella progressista delusa per le mancate aperture del pontificato di Francesco, quella conservatrice che vuole un ritorno al regno ratzingeriano e quella bergogliana che, invece, vuole proseguire l’opera riformatrice del Papa latinoamericano, si stanno già organizzando per non farsi trovare impreparate nel momento in cui inizierà la Sede Vacante. È chiaro, inoltre, che sarà determinante l’epilogo del pontificato del Pontefice gesuita, ovvero se avverrà per morte o dimissioni, e a quali protagonisti dei rispettivi schieramenti ecclesiali saranno aperte le porte della Cappella Sistina, a motivo ovviamente dell’età che dev’essere, come stabilito, inferiore agli 80 anni”. Il libro, di cui pubblichiamo un estratto, sarà presentato a Roma, nell’aula magna dell’Università Lumsa, il 18 novembre alle 18 da Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it, e dal cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, moderati da Fabio Marchese Ragona, vaticanista Mediaset. La presentazione sarà aperta dai saluti del professore Francesco Bonini, rettore dell’Ateneo, e del cardinale Giovanni Lajolo, presidente della Cda della Lumsa.

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Qual è lo stato di salute del papato nel XXI secolo? È ancora un’istituzione valida o è ormai anacronistica? E soprattutto esso è ancora riconosciuto a livello planetario, non solo all’interno della stretta geografia cattolica o comunque nel mondo religioso, come indiscussa autorità morale? È ancora necessario che il Papa, la guida di un miliardo e 200 milioni di cattolici in tutto il globo, la figura religiosa più importante del cristianesimo, un leader spirituale ammirato dai credenti delle altre confessioni, da milioni di non credenti e dai potenti della terra sia anche un capo di Stato con un regno, essendo un monarca assoluto, di appena 44 ettari? Il papato ha forse più che mai bisogno di una riforma che lo adegui alle necessità del tempo presente? E, dopo l’avvento di Francesco, il primo Papa latinoamericano, il primo Papa gesuita, come è cambiato per sempre il papato?

Proprio nel suo documento programmatico, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, Bergoglio ha affrontato questo tema: “Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione. Il Papa Giovanni Paolo II chiese di essere aiutato a trovare ‘una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova’. Siamo avanzati poco in questo senso”.

Riformare il papato non è di certo semplice. Così come non lo è stato riformare la Curia romana. La prima grande riforma in questo senso la fece, nel 1967, san Paolo VI con la costituzione apostolica Regimini Ecclesiae universae. Un testo voluto da un Pontefice che aveva a lungo lavorato nella Segreteria di Stato e conosceva benissimo dall’interno il funzionamento della Curia romana. San Giovanni Paolo II, nel 1988, ha aggiornato questa storica riforma montiniana con la costituzione apostolica Pastor bonus. Un documento che Francesco, un mese dopo la sua elezione, si è proposto di sostituire adattandolo ai tempi presenti con la costituzione apostolica Praedicate Evangelium.

Uno sguardo rivolto al futuro non può non ipotizzare anche, come è stato già fatto notare da diverse autorevoli voci all’interno delle gerarchie ecclesiastiche, la necessità di normare la figura del Papa emerito. E ciò anche in considerazione del fatto che, come Francesco ha evidenziato numerose volte, non è per nulla da escludere che, in un periodo abbastanza breve, la scelta di Benedetto XVI possa ripetersi. Se nel 1983 san Giovanni Paolo II inserì all’interno del Codice di diritto canonico la norma che prevede le dimissioni del Pontefice, utilizzata poi da Ratzinger, null’altro è stato codificato sul ruolo che il Papa emerito deve assumere. Questa carenza normativa si è fatta sentire col passare del tempo dalla rinuncia di Benedetto XVI e l’inedita convivenza di due papi in Vaticano.

Bisogna anche sottolineare che è assurdo pensare, come pure da più parti all’interno della Chiesa è avvenuto in questi anni, che le dimissioni di un Pontefice mettano di fatto un’ipoteca sul pontificato del suo immediato successore. Come se l’esistenza in vita del diretto predecessore, che ha rinunciato liberamente a morire governando aprendo così la Sede Vacante, dovesse condizionare, sia nelle nomine che negli atti di governo, le scelte del Papa che gli è legittimamente subentrato. Questa voragine nelle norme canoniche necessita di essere sanata nel minore tempo possibile, anche se è evidente il naturale imbarazzo che una legislazione del genere può creare sia a un Papa emerito, sia a un Papa regnante rischiando di essere interpretata come una legge ad personam, se non addirittura contra personam.

A tal proposito, il cardinale Dominique Mamberti, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, ha evidenziato che “finora, la rinuncia del Romano Pontefice è un avvenimento eccezionale, per non dire unico. Si vedrà poi se incomincerà a formarsi una consuetudine (che nella Chiesa è pure fonte del diritto): in tale caso, per la sua natura, questa consuetudine farà emergere nel tempo punti assodati e continui e, nello stesso tempo, si adatterà alle future circostanze di tempo, di luogo e della persona. Non tutto deve essere regolato da leggi. Per il resto la teologia (che pure ha una sua forza normativa mediata) ci ha già insegnato l’essenziale sulla questione: che il Papa è uno e uno solo, e a lui e a lui solo compete il primato sia d’insegnamento sia di giurisdizione nella Chiesa”.

Cosa resta, dunque, del papato? San Paolo VI rinunciò alla tiara. Giovanni Paolo I alla messa di incoronazione. San Giovanni Paolo II alla sedia gestatoria. Benedetto XVI alla tiara nello stemma. Francesco a vivere nell’appartamento pontificio. Segni di una riforma del papato già in atto e da diverso tempo. Non certo in modo desacralizzante, come accusano i più acerrimi nemici di Bergoglio. Il Papa latinoamericano, infatti, ha enfatizzato fin da subito il suo ruolo di vescovo di Roma, ma non è sceso dal trono come qualcuno erroneamente sostiene. Il suo pontificato è la dimostrazione che, nonostante i cambiamenti della storia globale, il papato gode di ottima salute perché è un’istituzione che in duemila anni di vita ha saputo riadattarsi ai profondi e radicali mutamenti del tempo. Ciò non toglie che in un futuro non molto lontano un nuovo Concilio e un nuovo Pontefice possano ripensare questa antica e insuperata istituzione voluta direttamente da Gesù Cristo. Ma, per la rilevanza e l’autorevolezza globale che esso ancora oggi riveste, nonostante le smagliature del tempo, il papato rimane il punto cardine non solo dell’edificio ecclesiale, ma dell’intera comunità mondiale. Il papato, e Francesco lo dimostra nel suo ministero, è più vivo e attuale che mai.

di Francesco Antonio Grana

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