Il giorno dopo le elezioni amministrative che hanno segnato il sostanziale sorpasso di Fratelli d’Italia sulla Lega, il partito di Matteo Salvini è protagonista di un vero e propio caso all’interno dell’esecutivo. I ministri del Carroccio non hanno preso parte alla riunione del Consiglio dei ministri che ha approvato la legge delega fiscale: all’interno c’è anche la revisione del catasto. Materia, quest’ultima, indigesta ai leghisti: e infatti già nel corso della cabina di regia il ministro Massimo Garavaglia – presente al posto di Giancarlo Giorgetti – aveva lasciato il tavolo chiedendo tempo per approfondimenti. E poi non si era ripresentato alla riunione del governo. Il motivo? “Lo spiegherà l’onorevole Salvini oggi o domani”, ha detto il premier Mario Draghi in conferenza stampa. E siccome fonti del Carroccio avevano detto alle agenzie di aver disertato il Consiglio dei ministri per una “questione di metodo” – cioè aver ricevuto il testo della delega con scarso anticipo – il premier ci ha tenuto a specificare che “gli scambi che sono avvenuti prima, nei giorni scorsi, nella cabina di regia e in varie conversazioni avevano dato informazioni sufficienti a valutare i contenuti della legge delega che, come ho detto, è molto generale. Non si tratta di impegni che poi diventa difficile mantenere: è una scatola, una scatola che si ispira a certi principi che ritengo siano condivisi ampiamente dalla Lega“. L’ultima parte della dichiarazione di Draghi è legata a un’altra informazione proveniente dall’ambiente leghista: i dubbi sollevati dal Carroccio sono legati anche alle coperture sul fisco.

Che senso ha dunque l’assenza della Lega? Può mettere a rischio il futuro del governo? “Non necessariamente- risponde Draghi – questa è una maggioranza completamente diversa, una situazione diversa. Ci sono diversità di vedute ma l’azione di governo è andata avanti, non è stata interrotta e credo ci saranno molte altre occasioni di scambio in Parlamento su questa legge e sui decreti delegati. E’ di per sé un gesto serio ma quali siano le sue implicazioni bisogna aspettare cosa dice la Lega“. Cioè cosa dice Salvini, che ha parlato poco dopo alla Camera. “Mi fido di Draghi, ma se tra un anno c’è qualcuno che tassa pure l’aria non va bene dare ora una delega in bianco“, è la versione del capo della Lega. Illustrando i contenuti della delega, infatti, il premier aveva spiegato che “sulle rifome del catasto ci sono due decisioni completamente diverse: la prima è costruire una base di informazioni adeguata, la seconda è decidere se cambiare le tasse e questa decisione oggi non la abbiamo fatta. Ci vorranno 5 anni“. Ecco il senso della frase di Salvini: mi fido di Draghi, ma non di chi viene dopo. Una sorta di confessione: la decisione del Carroccio sulla delega fiscale è legata anche a tutta una serie di variabili. A cominciare dal futuro dell’esecutivo: Draghi andrà al Quirinale e dunque si tornerà al voto nella prossima primavera come chiede Giorgia Meloni? Il premier rimarrà invece a Palazzo Chigi fino alla fine della legislatura, come sembravano suggerire le primissime dichiarazione di Salvini nel pomeriggio di ieri?

In attesa di capirlo, Salvini prova a gettare la palla in tribuna e alza il tiro contro Draghi, quello di cui “si fida”: “I nostri ministri mi dicevamo che nei corridoio tutti gli altri ministri dicevano ‘avete ragione‘. Poi dentro per ipocrisia si china il capo e si alza la manina. Noi non chiniamo il capo quando ci sono di mezzo la casa e il risparmio degli italiani”. Ma perché dunque la Lega ha disertato il Consiglio dei ministri? Qui il capo del Carroccio ha rispolverato il vecchio metodo del bastone e della carota. Bastone: “Non voto la Delega fiscale perché non contiene quello che era negli accordi. I ministri della Lega non possono averla in mano alle 13 e 30 per una riunione alle 14. Non è l’oroscopo, non è possibile avere mezz’ora di tempo per analizzare il futuro degli italiani. C’è qualcosa da cambiare nella modalità operativa“. E ancora: “C’è un’ipotesi di aumento di tasse che la Lega non avalla”. Carota: “Non è una crisi di governo. C’è un governo che deve chiarire che non è il momento di aumentare le tasse. Nessuno strappo, semplicemente chiarezza. In questo momento aumentare di un euro una tassa per un italiano non va bene”.

E, quelle del leader leghista, che provocano la reazione di Enrico Letta: “E’ gravissimo lo strappo che la Lega sta facendo e incomprensibile. Chiediamo a Draghi di andare avanti”. Sull’altra sponda, invece, Giorgia Meloni plaude all’alleato appena sorpassato: “Credo che Salvini faccia bene a non votare una delega in bianco, anche perché nel Parlamento il centrosinistra è molto più forte nei numeri e tende a prevalere e da parte del governo Draghi mi pare ci sia una certa inclinazione.. Quindi è un problema per un partito come la Lega sul tema delle tasse, che è un tema molto importante per tutto il centrodestra”. Intanto, però, l’assenza dei ministri leghisti in Cdm ha l’effetto di far sparire dall’agenda politica i cattivi risultati della Lega alle amministrative. Sullo sfondo di questa piccola crisi di governo, infatti, resta il sorpasso di Fdi. E infatti il leader del Carroccio è nervoso. Salvini si è trincerato dietro un insolita ritrosia di fronte alle telecamere, tra una conferenza stampa blindata per pochi intimi (con accrediti rifiutati a diverse testate, ilfattoquotidiano.it compreso, dietro la motivazione del contingentamento dei posti per le “restrizioni Covid”) e la scelta – quasi mai avvenuta in passato – di lasciare la Camera in macchina, senza voler rilasciare ulteriori dichiarazioni. Decisione che, spiegano fonti leghiste, potrebbe essere il primo segnale di un cambio nella comunicazione del partito, dopo le difficoltà elettorali. Senza dimenticare l’ombra del Congresso, già evocato dopo le tensioni interne al Carroccio: “Tra novembre e dicembre faremo tutti i congressi cittadini. Torneremo ad essere quel movimento di partecipazione e militanza, l’unico rimasto in Italia”, ha sottolineato il segretario. Un percorso che allontana però, almeno per ora, la partita nazionale, per un leader che, per la prima volta, teme di perdere la leadership del partito.

(ha collaborato Alberto Sofia)

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