Il clima è rovente qui in Calabria, lo è stato per tutta l’estate. In primo luogo per gli incendi, che hanno divorato e devastato l’Aspromonte, al costo di cinque vite umane oltre a vari feriti e un ammontare inqualificabile di flora e fauna persa. Ci vorranno decenni perché le cicatrici carbonizzate scompaiano dalla montagna. Ci vorranno invece poche settimane, quelle che ci separano dal cuore dell’autunno, per scoprire se il terreno arido e impoverito sarà in grado di resistere alle piogge, o crollerà su strade e insediamenti umani, come già troppo spesso è capitato in passato.

Un collettivo di artisti, di cui ho il piacere di fare parte, ha appena lanciato una canzone che ha lo scopo di raccogliere fondi e, soprattutto, attenzione su questo fronte aperto e dolente, in modo che il dramma dell’Aspromonte non venga velocemente dimenticato.

Da chi, nel periodo più caldo è drammatico, ha lavorato ad arginare l’inferno di fuoco ho raccolto un resoconto uniforme quanto terrificante: una strategia para-militare di inneschi a tempo, organizzati geograficamente e cronologicamente in modo da coprire aree quanto più vaste possibile e ostacolare il lavoro dei soccorritori impegnati, nel frattempo, in altre zone. I terroristi (non so trovare termine più adatto per identificare chi distrugge e, di fatto, uccide con l’utilizzo di vere e proprie bombe incendiarie) si sono spesso confusi con i pastori, gli escursionisti, i contadini, confidando appunto che gli inneschi a tempo gli avrebbero dato tutto il tempo per allontanarsi indisturbati.

Certo, gli incendi nel nostro Sud sono purtroppo una consuetudine. Ma perché questa furia proprio quest’anno? “Tra un po’ ci sono le elezioni regionali”, mi ha risposto un amico che fa la guida in Aspromonte da molti anni. “E chi c’è dietro tutta questa strategia?” Mi ha risposto a sua volta con una domanda: “Chi è che, dalle nostre parti, ha tutta questa potenza organizzativa e di fuoco?”. La risposta sottintesa era ovvia: la ‘ndrangheta.

A valle, ho trovato altri tipi di problemi, meno cruenti ma non meno preoccupanti. Chi lavora nello spettacolo e nello sport, due settori già in ginocchio per la pandemia, spesso si trova a combattere con un’indifferenza umiliante da parte delle istituzioni.

Da reggino, soffro nel vedere in difficoltà realtà eccezionali come Catonateatro – con un curriculum fatto di cultura e arte lungo più di tre decenni – mentre i finanziamenti pubblici vanno a finire molto spesso ad eventi che di culturale hanno poco, ma che (almeno nell’intenzione di chi elargisce il denaro) generano profitti turistici e di ospitalità, come sagre o grandi concerti pop. Beninteso: niente contro chi organizza rassegne gastronomiche, il problema è che se do un finanziamento a una sagra tipica non lo devo togliere a chi mette in scena Dante o Shakespeare!

Da appassionato di basket e tifoso della Viola Reggio Calabria, ho aderito con entusiasmo al nuovo progetto di azionariato popolare che, dopo decenni costellati di personaggi discutibili e gestioni fallimentari, ha restituito alla nostra città un progetto valido e credibile. Soprattutto: un progetto all’insegna della legalità e della trasparenza. Questa è un’altra realtà che meriterebbe maggiore visibilità e un supporto più accentuato da parte delle istituzioni: gli spalti vuoti causa Covid sono devastanti per una squadra che non ha alle spalle imprenditori milionari ma un gruppo di semplici cittadini, oltre naturalmente agli sponsor.

Soltanto poche ore ci separano ormai dalle elezioni regionali calabresi, e i temi da discutere sembrano moltiplicarsi ogni momento. Nelle ultime 24 ore è stato scarcerato Giorgio De Stefano, “elemento di vertice della direzione strategica della ‘Ndrangheta” condannato a oltre 15 anni nel processo Gotha, mentre il sindaco di Riace Mimmo Lucano ha subito una condanna a oltre 13 anni (il doppio di quanto richiesto dal pubblico ministero) per il sistema dell’accoglienza che aveva costruito nella cittadina jonica.

Uno scenario difficile, e spesso amaro, attende i nuovi vertici regionali che si insedieranno a brevissimo. Una sfida in cui la cultura – e la musica, che è cultura! – dovranno avere un ruolo di primo piano sia a livello economico/lavorativo che sociale, per promuovere la riflessione e il cambiamento. Sottovalutare questa sfida è l’errore più grave che la politica possa fare.

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