Torna ad aumentare la tendenza di autonomi ed imprese a evadere l’Irpef. Nel 2019, primo anno di applicazione della flat tax al 15% per i redditi fino a 65mila euro, il rapporto tra mancati introiti per l’erario e gettito potenziale è salito dal 66,9 al 69,2% dopo la flessione del 2018. La cattiva notizia arriva dalla nuova Relazione sull’economia non osservata e l’evasione fiscale e contributiva, allegata alla Nota di aggiornamento al Def. La commissione di esperti scelti dal Tesoro, ora guidata dal professor Alessandro Santoro in sostituzione di Enrico Giovannini diventato ministro, spiega che la battuta d’arresto potrebbe essere legata al fatto che le dichiarazioni sui redditi 2019 sono state presentate in piena pandemia e questo “può aver influenzato il comportamento dei contribuenti”. In compenso continua a calare l’evasione Iva: per l’imposta sul valore aggiunto, grazie a split payment e fatturazione elettronica, la cosiddetta propensione al gap cala per la prima volta nelle serie storiche sotto la soglia simbolica del 20%. Magra consolazione se, in valori assoluti, all’appello mancano comunque 27 miliardi. Una cifra ancora “imponente“, sottolinea la relazione, che “continua a collocare il nostro Paese tra quelli caratterizzati da uno dei maggiori livelli di compliance gap nel contesto europeo“.

Quelle pubblicate giovedì sul sito del Tesoro sono stime provvisorie, fa presente la commissione, in attesa della diffusione dei dati Istat sull’economia non osservata. Non sono ancora disponibili i numeri sull’evasione Irpef da lavoro dipendente irregolare e sulle addizionali: manca quindi la cifra complessiva di tasse e contributi evasi, che però grazie alla riduzione dell’evasione Iva dovrebbe scendere per la prima volta sotto i 100 miliardi di euro a fronte dei 106 miliardi medi registrati nel triennio 2016-2018, scesi a meno 103 nell’anno finale. “La riduzione della propensione al gap tra il 2017 ed il 2018 è di 1,7 punti percentuali”, commenta la commissione, “e fa seguito ad una sostanziale stabilità nel triennio 2015-2017 e ad una riduzione ulteriore di 1 punto percentuale tra il 2014 e il 2015. Appare dunque evidente una tendenza alla contrazione di economia sommersa e evasione nel medio periodo, a beneficio dell’efficienza e dell’equità dell’intero sistema economico con conseguenti impatti positivi sulla finanza pubblica”.

I miglioramenti che vengono ricollegati a una serie di misure: primo tra tutti lo split payment Iva, cioè il meccanismo contabile che dal 2015 (governo Renzi) prevede il versamento dell’Iva da parte della pubblica amministrazione direttamente all’erario senza passare per le casse dei fornitori. Dal 2017 il sistema si applica anche alle partecipate pubbliche e alle 40 maggiori aziende quotate. Le imprese lo considerano da sempre un escamotage dello Stato per far cassa attraverso una sorta di trattenuta forzosa ai loro danni (a fronte dei mai recuperati ritardi nei pagamenti) e lo scorso anno l’Associazione nazionale dei costruttori si è opposta a gran voce alla proroga fino al 2023. Richiesta respinta al mittente, nonostante il sostegno incassato da Lega e Movimento 5 Stelle, e per fortuna visti i risultati per l’erario: 3,5 miliardi di evasione recuperata ogni anno. Buoni risultati sono arrivati anche dalla fatturazione elettronica (la stima è di 2 miliardi), dal canone Rai in bolletta e dalla cedolare secca sugli affitti.

In controtendenza, come già visto, l’andamento del gap Irpef per autonomi e imprese. Dalle dichiarazioni 2020 sui redditi 2019 emerge innanzitutto un calo degli importi complessivi dichiarati, legato alla “fuga” verso il regime forfettario con l’aliquota piatta, ma in seconda battuta anche un nuovo allargamento del divario tra le imposte effettivamente incassate e quelle che lo Stato avrebbe incamerato senza evasione. Il valore assoluto flette leggermente a 32,4 miliardi in linea con il calo del dichiarato, ma in rapporto all’imposta potenziale il gap passa dal 66,9 al 69,2%. Il motivo? L’ipotesi è che la recessione causata dal lockdown abbia avuto come effetto collaterale la tentazione di “risparmiare” sulle tasse. Da notare, però, che stando alle tabelle della commissione (sotto) non si è trattato di mancati versamenti da parte di persone che avevano dichiarato tutto il dovuto – quella che qualcuno ha derubricato a “evasione di necessità” – bensì prevalentemente di mancate dichiarazioni tout court. Anche per l’Ires il 2019 ha visto l’evasione rialzare la testa dopo che da anni il trend appariva decrescente, anche se più altalenante.

L’ultimo capitolo della relazione contiene anche i suggerimenti degli esperti su come proseguire sul percorso di riduzione dell’evasione, obiettivo che peraltro fa parte delle promesse fatte alla Commissione europea nel Piano di ripresa e resilienza. Oltre a suggerire il mantenimento dello split payment, si ipotizzano l’estensione della fatturazione elettronica ai soggetti che oggi sono esentati (in sostanza i titolari di partita Iva con redditi annui sotto i 30mila euro) e soprattutto l’effettivo uso delle informazioni così ottenute nella prevenzione e contrasto dell’evasione. Il nodo è sempre lo stesso: la privacy. Secondo gli addetti ai lavori è possibile definire “un nuovo e più avanzato equilibrio tra le esigenze di tutela dell’erario e di contrasto dell’evasione e il pieno rispetto del diritto” alla riservatezza, in modo da poter analizzare il rischio di evasione utilizzando tecniche di data mining e machine learning che fanno già parte delle best practice internazionali. Non a caso il Pnrr prevede entro la metà del 2022 il via libera all’utilizzo di questi strumenti e dell’intelligenza artificiale per intensificare l’attività di analisi dei dati a disposizione dell’Agenzia delle entrate e individuare anche preventivamente le posizioni da sottoporre ad accertamento.

Un primo segnale dovrà arrivare entro fine anno, stando al cronoprogramma messo a punto dal governo Draghi: il ministero dell’Economia è chiamato a presentare proposte per ridurre l’evasione “anche attraverso incentivi mirati ai consumatori”. E su questo fronte resta da vedere che ne sarà in legge di Bilancio del cashback introdotto da Conte 2, sospeso durante l’estate nonostante non ci fossero ancora i dati sull’impatto sulle transazioni.

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