Negli ultimi giorni, si è fatto un gran parlare della statua della spigolatrice di Sapri, quasi esclusivamente a a proposito di una specifica parte anatomica della donna rappresentata dallo scultore, Emilio Stifano. Ma quasi nessuno ha commentato su chi fosse la spigolatrice, che mestiere facesse, e perché Luigi Mercantini le avesse dedicato una poesia al tempo del risorgimento.

Quella della “spigolatura” è una storia complessa e affascinante di cui avevo discusso anni fa in un mio post. E’ una tecnologia agricola antichissima che serve per ottimizzare la resa del raccolto del grano. E non solo quello: era un modo per ridistribuire ai più poveri perlomeno una parte dei proventi dell’agricoltura. L’idea era che il mietitore non può perdere tempo a raccogliere ogni spiga che cade. Il risultato era che i mietitori si lasciavano indietro un po’ del raccolto sparso nei campi. E qui entravano in gioco le spigolatrici e gli spigolatori: erano le fasce più povere della società, tipicamente donne, persone anziane e ragazzi, che andavano a raccogliere quello che i mietitori avevano lasciato.

Era un sistema intelligente ed equo: non solo ottimizzava il raccolto, ma dava una possibilità di sopravvivenza ai più poveri anche in tempi difficili. Aveva anche un profondo valore religioso e umano: ne parla persino la Bibbia. E non era soltanto per il grano: tutte le società antiche avevano la tradizione di permettere ai poveri e ai deboli di accedere a risorse che altrimenti sarebbero andate sprecate.

Poi, con la meccanizzazione dell’agricoltura, queste idee sono andate perdute e gli economisti hanno cominciato a parlare di “diseconomia” della spigolatura. Siamo arrivati al punto che negli anni 1930, in Unione Sovietica era stata promulgata una legge che prevedeva la fucilazione per gli spigolatori. Fu uno degli errori che peggiorarono ulteriormente la carestia di quegli anni.

Allora come oggi, l’economia era tutta basata su un grande dispendio di energia e di risorse. Ma le cose si stanno facendo difficili: non possiamo più permetterci di sprecare risorse come abbiamo fatto allegramente fino ad oggi. Non sarebbe male anche ripensare al concetto di spigolatura come metodo di gestione delle risorse, e in particolare di quelle che chiamiamo “rifiuti”. Ma per capire queste cose, ci vorrà ancora del tempo.

Tornando alla spigolatrice di Sapri, chi era esattamente? Beh, ovviamente è un personaggio inventato. Ma quando il poema fui scritto, nel 1857, al tempo dei “300 giovani e forti” di Carlo Pisacane, le spigolatrici erano molto comuni in un’Italia la cui economia era quasi completamente agricola, specialmente al Sud. Ma perché parlare di una spigolatrice?

Qui si entra in un ragionamento che per noi moderni è difficile valutare con esattezza. Ma, da quello che si può capire, le spigolatrici avevano una certa fama di trasgressione. Non troppo sorprendente, considerando che, per le donne, andare in giro da sole per i campi dava occasioni di incontri che altrimenti non sarebbero stati possibili nella società contadina del tempo. Del resto, se andate a leggervi la storia di Ruth la Moabita nella Bibbia, troverete il racconto di come una giovane vedova va a spigolare in un campo e finisce con lo sposare il proprietario.

Quindi, si spiega come nella poesia sui “300” si parli di un incontro con una spigolatrice locale che si rivolge a Carlo Pisacane chiamandolo “Bel Capitano”. Ma, a parte queste fantasie erotiche dei nostri antenati, cosa possiamo dire della statua di Sapri? Premetto un’opinione personale: io la trovo veramente brutta. Ma a parte questo, la statua è proprio sbagliata come impostazione. Le spigolatrici erano povere donne che cercavano di rimediare qualcosa da mangiare per le loro famiglie. Una spigolatrice dell’800 non si sarebbe mai sognata di andare in giro conciata come Stifano la rappresenta, con quella parte del corpo così in evidenza. Ma così sembra che vadano le cose: abbiamo perso ogni prospettiva della storia e questi sono i risultati.

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