Brexit e pandemia, il Regno Unito concede più di 10mila visti temporanei per mancanza di manodopera. Emergenza per la carenza di CO2

Boris Johnson sta facendo i conti con l’amara evidenza che la Gran Bretagna ha bisogno degli immigrati europei, a dispetto della Brexit che ha chiuso le frontiere. Con un’inversione di marcia sul post-brexit negoziato dai Tory più intransigenti, il governo Johnson ha annunciato che concederà fino a 10.500 visti temporanei ai lavoratori europei, di cui 5mila ai conducenti di veicoli pesanti per il trasporto di carburante e generi alimentari e 5.500 al personale nel settore dell’allevamento di pollame. La decisione è emersa dopo due giorni di ‘conclave di emergenza’ a Downing Street, dove il gabinetto Johnson ha dovuto fronteggiare la crisi che sta travolgendo vari settori produttivi per colpa della preoccupante mancanza di manodopera, a partire dai camionisti. E ne servono 100mila.

I visti temporanei varranno per tre mesi, da ottobre fino alla vigilia di Natale, per garantire la distribuzione di beni e servizi nei mesi in cui la fornitura di approvvigionamenti ai consumatori è particolarmente sotto pressione. Il Natale dei britannici dunque si salva, ma cosa accadrà dopo? “Serve molto più di un rilassamento temporaneo delle regole sull’immigrazione, non sono sicuro che molti lavoratori vorranno andare in Regno Unito“, ha detto all’Observer Marco Digioia, presidente dell’ Associazione dei Camionisti Europei. La Camera di Commercio britannica definisce i nuovi visti temporarei concessi da Johnson come “un ditale di acqua gettato su un incendio”, mentre il Ministro dei Trasporti Grant Shapps ha sottolineato che il governo sta introducendo un pacchetto di misure che comprende il raddoppio delle patenti di guida, la semplificazione degli esami, e un programma di tirocini con aumenti salariali ai lavoratori.

Il disastro ‘PandExit’
Johnson sembra non avere scampo nell’optare per la soluzione più indigesta ai Tory brexitieri, di fronte alle code di automobilisti che in questi giorni stanno assaltando le pompe di benzina nel Paese. L’assedio è cominciato dopo che il colosso BP ha dovuto chiudere un centinaio delle sue 1.200 stazioni di servizio rimaste a secco di benzina e diesel, ExxonMobil ha annunciato disservizi in 200 dei suoi distributori, e EG group ha deciso il razionamento nelle sue 400 stazioni di servizio dove i rifornimenti sono stati limitati a 35 euro di benzina per consumatore.

“Niente panico, non c’è bisogno perché abbiamo riserve. Rifornitevi come al solito”: l’ultima volta che il primo ministro Boris Johnson si era rivolto al suo popolo in questi termini era stato agli inizi della pandemia e di li a poche ore gli scaffali dei supermercati sarebbero rimasti completamente svuotati dalla carta igienica. E così anche i nuovi appelli di Johnson sono caduti nelle orecchie sorde dei britannici. Code e caos ai distributori di benzina così come gli scaffali vuoti nei supermercati simboleggiano il momento di profonda difficoltà che il Regno Unito si trova a sperimentare per colpa di quella che potremmo chiamare ‘PandExit’. Il mix di pandemia e Brexit sta rendendo l’ingresso nel Paese – così come la distribuzione di beni essenziali – una faccenda complessa. Sotto minaccia sono le forniture di carburante ma anche di generi alimentari, tanto che i prezzi sono in rapido aumento e, secondo un sondaggio dell’Ufficio di Statistica Nazionale (Ons), un britannico su sei non riesce più a trovare prodotti essenziali nei supermercati.

Ma il Regno Unito non aveva scelto di essere indipendente grazie alla Brexit?
“Non vogliamo dipendere dalla manodopera straniera e abbiamo un piano di lungo periodo per formare professionisti britannici che potranno godere di salari più alti. La Brexit ci dà la flessibilità di fare le nostre regole e produrre visti provvisori nel breve periodo”, ha dichiarato il ministro Shapps alla Bbc sottolineando che il problema del carburante sarà risolto con 300 nuovi permessi di ingresso per i camionisti dedicati solo a trasportare benzina e se i britannici saranno responsabili e si riforniranno solo del carburante che gli serve. “Essere usciti dall’Unione europea ci dà anche molta libertà di espandere il numero delle patenti di guida perché non potremmo fare questi cambiamenti se fossimo ancora vincolati alle direttive europee -ha continuato il ministro – Non vogliamo essere nella situazione in cui la soluzione è sempre importare lavoratori stranieri e adesso stiamo formando lavoratori in loco che potranno avere salari più alti, per questo siamo reticenti a importare forza lavoro. Oltretutto a ottobre finirà la cassa integrazione e molti britannici potranno essere impiegati nelle professioni che servono di più”.

A corto di camionisti, cibo e… anidride carbonica
Se non il braccio di ferro con le categorie produttive che da tempo reclamano il rilassamento delle normative sull’immigrazione post Brexit per avvantaggiarsi di manodopera a costo più basso, a fare leva sui Tory sono stati forse gli allerta della Banca d’Inghilterra che ha evidenziato come ci siano segnali che la crisi nelle catene di distribuzione stia cominciando a ostacolare la ripresa economica, tanto che le previsioni di crescita per il terzo quarto dell’anno sono state declassate dell’1%. Per la fine dell’anno la Banca d’Inghilterra ha anche previsto un balzo del tasso di inflazione sopra il 4% dovuto all’impennata nel costo dell’energia. Le compagnie Green e Avro, che riforniscono 835mila case, sono collassate per via del quadruplicarsi del prezzo all’ingrosso del gas (+70% solo da agosto, secondo la Oil&Gas UK) che non può essere scaricato sui consumatori per via dei tetti massimi di spesa. A seguire a ruota questo mese è stato il fallimento di altre 4 compagnie energetiche, in un effetto bowling che sta colpendo 7 milioni di utenti. A farne maggiormente le spese sono le case di cura, molte delle quali hanno richiesto l’intervento del governo perché l’incremento del 100% delle bollette energetiche minaccia la chiusura di molte strutture per anziani quest’inverno.

Ma tra le conseguenze più surreali dell’aumento del prezzo dell’energia c’è la crisi CO2: Il governo Johnson in corsa per produrre livelli maggiori di anidride carbonica e prezzi che sono schizzati da 200 a 1.000 sterline la tonnellata. Pensiamo non solo alle bibite gassate, ma anche alle serre dove crescono i cetrioli (onnipresenti sulle tavole degli inglesi), all’impacchettamento di alimenti come carni o prodotti da forno nei supermercati, o ancora ai sistemi per stordire gli animali da macello prima di essere uccisi, e infine al trasporto di prodotti freschi usando ghiaccio secco. L’anidride carbonica è necessaria a tutte queste funzioni fondamentali, tanto che il governo britannico è dovuto scendere in campo per far ripartire, a spese dei contribuenti, le operazioni di una delle CF Industries che producono fertilizzanti e anidride carbonica come sottoprodotto. I costi dell’energia avevano obbligato CF a sospendere l’attività, lasciando il settore alimentare a secco del 60% di fornitura di CO2. Di emergenza in emergenza, all’ombra della pandemia il puzzle della Brexit sta cominciando a comporsi a poco a poco, dando l’immagine di una nazione in stato di allerta che ancora non sa se Brexit e tutti i disagi che sta arrecando valgano davvero la pena.

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