“Il vero nemico dell’ambiente non è la plastica, ma la mancanza di impianti e di organizzazione di una gestione industriale dei rifiuti“. Parola della sottosegretaria alla Transizione ecologica Vannia Gava, capo dipartimento ambiente della Lega. Che, nonostante il ruolo nel ministero che dovrebbe traghettare l’Italia in un futuro a zero emissioni, strizza l’occhio alle piccole e grandi imprese che non ne vogliono sapere di fare a meno degli imballaggi monouso. Una linea che sembra del resto condivisa anche dal titolare Roberto Cingolani, visto che la legge di delegazione europea varata a giugno ha dato via libera all’uso delle plastiche compostabili e biodegradabili monouso e pure ai prodotti con un sottile rivestimento di plastica tradizionale. In netto contrasto con l’indicazione della Ue che chiedeva di abolire il monouso. Non solo: il governo con il decreto Sostegni bis ha pure rimandato di nuovo, al 2022, l’applicazione della plastic tax già rimandata per non mettere in difficoltà i conti delle aziende durante la pandemia.

La presa di posizione della Gava, peraltro, non è arrivata insieme all’annuncio di nuovi impianti in grado di aumentare il basso tasso di riciclo delle bottiglie di plastica immesse sul mercato. La sottosegretaria si è limitata ad annunciare un bando da 27 milioni per “l’installazione di nuovi ecocompattatori“, altrimenti noti come “impianti mangiaplastica“: “I Comuni sotto i 100mila abitanti potranno fare richiesta di un ecocompattatore, quelli con una popolazione superiore potranno richiedere un ecocompattatore ogni 100mila abitanti. Insieme faremo un altro passo avanti nella direzione di una economia circolare concreta”. Ma cosa sono gli ecocompattatori? Piccole macchine automatizzate che riducono il volume dei rifiuti in plastica preparandoli per il successivo trattamento, che è tutt’altra storia e sconta il fatto che larga parte degli imballaggi raccolti non hanno i requisiti per essere avviati al riciclo. Così succede che gran parte dei rifiuti raccolti, anche se correttamente differenziati dai cittadini, finisca ancora nell‘inceneritore.

Una situazione che i 27 milioni destinati ai Comuni per le macchinette mangiaplastica non sposteranno di una virgola. Non a caso le associazioni ambientaliste a partire da Greenpeace spiegano da tempo che il riciclo non basta e l’unica soluzione è ridurre i consumi di plastica e progettare imballaggi pensati per essere riutilizzati. L’Unione europea ne ha preso atto e si è mossa in quella direzione con la direttiva del 2019 entrata in vigore a luglio. L’Italia fa eccezione: a inizio giugno, a poche settimane dall’entrata in vigore del bando ai prodotti monouso deciso ben due anni prima, il ministro Cingolani ha definito “assurda” la direttiva perché vieta anche le plastiche biodegradabili e quelle dette oxodegradabili, cioè plastiche tradizionali a cui vengono aggiunti additivi per facilitarne la frammentazione e – in teoria – la biodegradazione. Una scelta, quella di Bruxelles, legata al fatto che ci sono ricerche in base alle quali non esistono elementi definitivi per poter parlare di una biodegradazione completa in un periodo ragionevole e questa particolare plastica contribuisce comunque all’inquinamento marino da microplastiche.

Il governo italiano ha comunque deciso di andare avanti per la sua strada: nel provvedimento che ha recepito la direttiva, approvato dal consiglio dei ministri il 5 agosto, sono stati esclusi dall’applicazione del divieto gli articoli monouso in plastica compostabile con almeno il 40% di materia prima rinnovabile e pure i “poliaccoppiati”, cioè i prodotti con una copertura plastica in proporzione inferiore al 10% del peso. Prodotti eterogenei e difficili da trattare per la filiera del riciclo. Con la conseguenza che tendono a finire negli inceneritori.

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