In sette giorni si è verificato un massacro: sette donne uccise. Sonia Lattari, 42 anni, Giuseppina Di Luca, 46 anni, Angelina Salis, 60 anni, Rita Amenze, 31 anni, Eleonora Di Vicino, 85 anni, Ada Rotini, 46 anni, Chiara Ugolini, 27 anni. Se in parallelo si fa un confronto con l’anno scorso la situazione da incubo è pressoché identica: cinque vittime in due giorni, una donna uccisa ogni dodici ore. Sei in una settimana.

In tutti questi casi sono solo uomini gli artefici di questi terribili crimini.

Donne vittime di mariti, fidanzati, compagni ex, persone di famiglia, che ti dovrebbero proteggere e amare. Non uccidere. Femminicidi insomma perché è questo il termine corretto da utilizzare, anche se molti “giornalisti” fanno finta di non conoscerlo. Donne vittime di uomini, c’è bisogno di sottolinearlo, perché i femminicidi non sono omicidi qualsiasi: una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio, è un omicidio in cui si dice solo che qualcuno è morto.

Sono femminicidi, invece, le donne uccise in quanto donne, perché considerate non persone ma “cose” di “proprietà”, da possedere, esseri inanimati non pensanti da mettere e spostare come l’ “uomo” vuole. Il tutto all’interno di un sistema sociale, ancora oggi, patriarcale, maschilista e retrogado, in cui la parità di genere, è un obiettivo molto lontano.

I femminicidi in Italia nel 2021 sono, ad oggi, 77. Dal 1 settembre uno ogni due giorni.
Una strage che identifica chiaramente cosa sia la violenza di genere: un fenomeno criminale che, al pari degli altri fenomeni criminali, quali le mafie, dev’essere combattuto con la stessa fermezza e tenacia.

Non possiamo parlare di emergenza ma di un fenomeno ampio diffuso e strutturato perché dal 2000 ad oggi le donne uccise sono state oltre 3400. E, come anticipato, in 3 casi su 4, chi ha fatto del male aveva le chiavi di casa.

Ma siccome la radice più profonda di questo male è quella culturale io credo che dobbiamo iniziare da lì. La violenza sulle donne è anche e soprattutto un problema culturale, frutto di ignoranza, discriminazioni, pregiudizi, omertà, incapacità di amare. Educare significa prima di tutto prevenire, per questo motivo lo scorso maggio ho presentato una proposta di legge in materia di educazione affettiva e sessuale.

L’ho fatto perché credo fermamente che la scuola sia la forma più forte di prevenzione poiché è lì, dai primi banchi di scuola, che i nostri ragazzi e ragazze devono imparare il rispetto delle persone, della legalità, ad amare e a relazionarsi nella libertà e nel rispetto reciproco. Dell’introduzione di questo insegnamento nella scuola se ne parla da tempo, dal 1975, ma mai come oggi è così urgente.

La mia proposta vuole fare della scuola, quale comunità educante, il luogo dove, attraverso l’insegnamento dell’educazione affettiva e sessuale, ognuno fin da piccolo possa imparare a conoscersi e a conoscere l’altro, diverso da sé, nel reciproco percorso di maturazione e crescita. Solo così si potrà rimuovere in origine quel germe sub-culturale, quel virus dell’intolleranza e di insopportabili stereotipi sul rapporto uomo donna, che poi portano ad assumere atteggiamenti e comportamenti irrispettosi e violenti.

Per queste ragioni, una parte fondamentale del processo di sensibilizzazione che le Istituzioni devono porre in atto riguarda l’investimento educativo e formativo nei confronti delle giovani generazioni. Bambini e giovani ragazzi che diventeranno mariti e compagni un domani.

Accanto alla formazione scolastica, è fondamentale la formazione e specializzazione di tutti gli operatori del settore pubblico e privato sociale che ruotano attorno al fenomeno criminale della violenza di genere. Chi interloquisce con una donna che ha subito violenza deve avere la competenza, la formazione e la preparazione per farlo; deve essere in grado di ascoltare in modo attento, empatico, attivo; leggere i segnali “sentinella”, cogliendo ogni silenzio, ogni sguardo abbassato, le espressioni del viso, il linguaggio non detto, senza mai giudicare.

Quando una donna decide di denunciare e si siede su “quella” sedia davanti alle forze dell’ordine, “quella” sedia è pesante, porta con sé sofferenze, umiliazioni, pregiudizi. Per questo alla vittima va fatto capire che non è da sola, va informata dei suoi diritti e dell’esistenza di una rete di supporto territoriale composta da associazioni antiviolenza, dall’avvocato che la segue, dalla magistratura, dai servizi dell’Ente locale, dal Consultorio. Va presa per mano e accompagnata durante tutto il lungo e non facile percorso.

Se in nove casi su dieci le donne non denunciano gli abusi, le molestie e le violenze, allora bisogna chiedersi cosa non funziona.

Le norme ci sono, basti pensare alle ultime novità introdotte dal Codice Rosso, l. 69 del 2009, che ha previsto una corsia di preferenza riservata alle denunce per violenza di genere. Ma non basta. Allora cosa non funziona? Non funziona che, ancora oggi, non tutti gli operatori del settore sono adeguatamente formati con conseguenze gravissime in termini di sottovalutazione del pericolo e che, c’è ancora la paura di non essere creduta, di essere colpevolizzata se si presenta denuncia, di essere considerata una madre “malevola”, “alienante”, c’è il terrore di perdere i figli, di non sapere cosa succede dopo la denuncia, di non avere una alternativa alla violenza. Per tutte queste ragioni, spesso, si torna indietro verso il carnefice, verso una violenza fisica, psicologica, economica, assistita che diventa una strada senza uscita.

Le difficoltà che le donne incontrano nella fuoriuscita dalla violenza sono spesso legate a scarsi strumenti di sostegno dei loro percorsi di libertà e autonomia. Cioè se una donna è economicamente dipendente dal partner farà molta fatica a denunciare. Questo fa sì che tornino dal violento per le difficoltà economiche che si trovano ad affrontare.

Di conseguenza, l’importanza di mettere in piedi, politiche sociali volte a garantire la parità di genere, nel lavoro, nelle retribuzioni, nelle carriere, nei ruoli apicali e introdurre strumenti di welfare volti a sostenere economicamente le donne nel loro percorso di fuoriuscita della violenza al fine di favorirne l’inserimento nel mondo del lavoro e l’autonomia abitativa.

Ed ancora, consentire a tutte e tutti di conciliare il lavoro con la famiglia senza dover scegliere l’uno o l’altro; di guadagnare ed essere valutati in base alle proprie competenze e capacità, eliminando le discriminazioni dirette e indirette tra donne e uomini nelle condizioni di lavoro e nel riconoscimento economico; di poter contare su strutture pubbliche come consultori o centri antiviolenza in caso di necessità.

Sul fronte della tutela delle donne vittime di violenza e in funzione preventiva è fondamentale la predisposizione di programmi di intervento per gli uomini autori o potenziali autori di violenza, quale ulteriore strategia da mettere in atto per proteggere le donne dal pericolo della recidiva ed evitare così che facciano violenza su altre donne nei rapporti successivi.

Sul piano della comunicazione, infine, viene ancora riservata poca attenzione al ruolo che i media possono avere per consolidare una coscienza sociale diffusa di condanna del fenomeno. Ogni volta che viene uccisa una donna si tende a minimizzare, si annacqua il fatto criminale e quasi si empatizza con l’assassino. Questo è inaccettabile e va denunciato.

Non esiste tempesta emotiva, gelosia, tradimento, mancanza o modo di vestire, che possa anche minimamente “giustificare” un gesto abominevole come quello compiuto da chi muove un solo dito contro una donna. Spiace nel 2021 avvertire ancora l’urgenza di rilanciare un messaggio tanto semplice quanto purtroppo disatteso e tradito nella concreta realtà quotidiana del Paese.

Ricordiamoci che “quella” donna che viene uccisa potrebbe essere nostra madre, nostra figlia, nostra sorella. Non voltiamo lo sguardo altrove.

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