Da quando il bitcoin si è innaturalmente accoppiato al dollaro come valuta a corso legale nella ridente repubblica centroamericana di El Salvador, la commedia degli equivoci attorno a questa criptovaluta (e alle migliaia di imitazioni) si è intensificata fino al parossismo.

Sul palcoscenico si esibiscono nella consueta pochade, personaggi affetti da sostanziali deficit cognitivi, propalatori di teorie economiche bislacche e criptoevangelisti del webbe. Appartengono a un variegato milieu di pseudo libertari, anarcoidi anti-tutto, reduci di Occupy Wall Street, hodler irriducibili, volponi in cerca di polli e sempliciotti aspiranti a istantanee ricchezze. Tutti caratterizzati dal medesimo impedimento a comprendere cosa sia una moneta e come funziona il sistema finanziario fuori dai loro crani.

Di per sé il fatto che il bitcoin sia a corso legale in un paese (peraltro dal peso economico lillipuziano) cambia poco, sia per le prospettive del paese che per quelle della criptovaluta. El Salvador avrebbe potuto scegliere al posto del bitcoin una qualsiasi moneta più o meno affidabile, ad esempio l’euro, il dollaro canadese, il dinaro kuwaitiano oppure il won coreano. Ai fini pratici sarebbe cambiato quasi nulla.

Infatti, conferire l’opportunità di pagare le esportazioni salvadoregne in bitcoin (o altro mezzo di pagamento convertibile in dollari) non ne migliora la competitività sui mercati internazionali, né la qualità per i consumatori. Tantomeno influisce sulla produttività dell’economia interna che rimane prevalentemente basata sull’agricoltura di sussistenza.

In teoria, la possibilità di poter spendere liberamente somme notevoli in bitcoin potrebbe attirare coloro (sia criminali, che gente onesta) i quali ne detengono grossi importi, ma non riescono a convertirli in valute tradizionali a causa delle norme antiriciclaggio. Tuttavia, se l’aggiramento di tali norme acquisisse dimensioni ragguardevoli, le banche salvadoregne finirebbero con tutta probabilità in una black list globale e di conseguenza per loro operare in dollari diventerebbe un calvario (basta chiedere ai colleghi iraniani). Insomma il legal tender si tramuterebbe in un doloroso colpo di zappa sui piedi. Non è sorprendente che le istituzioni internazionali, dal Fondo monetario internazionale alla Banca Mondiale, non siano entusiaste della misura.

Per i cittadini comuni il vantaggio principale è costituito dai circa 30 dollari che il governo ha graziosamente concesso a tutti attraverso un’app chiamata “Chivo” (slang che in italiano suonerebbe vagamente come “figo”). Questo portento tecnologico dovrebbe consentire di effettuare transazioni veloci e sicure in bitcoin, ma al momento evoca la nostra “Immuni”. I fondi da distribuire sono stati prelevati dalle riserve internazionali della banca centrale che per assecondare il Presidente le ha convertite da dollari in bitcoin. Se il governo avesse distribuito l’equivalente in dollari canadesi o won coreani i cittadini avrebbero ottenuto lo stesso beneficio in termini reali (anzi forse maggiore visto che quelle valute sono più stabili).

Però a detta del simpatico Presidente del paese centroamericano, dall’esotico nome di Nayib Bukele (che nutre pulsioni alla Chavez), il corso legale del bitcoin sul suolo patrio apporterebbe due magnifiche evoluzioni:

1) Gli imprenditori internazionali verrebbero indotti a investire in El Salvador. Non è chiaro il motivo visto che l’economia è completamente dollarizzata da decenni (senza che di investitori americani si veda l’ombra) e quindi la stabilità del cambio non rappresenta un problema. Quindi se El Salvador non attrae investimenti non è certo per cause legate alla politica monetaria;

2) Il trasferimento delle rimesse degli emigrati (un quarto della popolazione) diventerebbe più facile e meno oneroso. Anche in questo ambito esistono metodi alternativi ed efficaci come sa chiunque usi una normale carta di credito. E se i poveri campesinos non hanno conti in banca, esistono molteplici soluzioni per ovviare al problema, che non cito per evitare pubblicità gratuita.

Non a caso i sondaggi rivelano che due terzi dei cittadini si oppongono all’introduzione della criptovaluta. L’unica concepibile ragione per assegnare al bitcoin lo status di legal tender riguarda la possibilità per la banca centrale salvadoregna di fissare un tasso di interesse nominale sui prestiti in bitcoin. E qui entriamo nel nocciolo della questione.

Quale sarebbe il tasso di interesse appropriato per bitcoin? Il 10%, il 5%, l’1%, il 50%? O magari dovrebbe essere negativo, ad esempio il -2,5%? Nessuno è in grado di stabilirlo per un motivo lapalissiano: il valore del bitcoin rispetto alle valute tradizionali è impossibile da prevedere. Quindi chi ottiene il prestito e chi lo concede fa una scommessa sull’apprezzamento o il deprezzamento del bitcoin di entità tale da rendere il tasso di interesse un aspetto secondario o addirittura trascurabile. Chi contrae un mutuo a dieci anni in bitcoin non ha modo di prevedere se nei prossimi mesi il bitcoin varrà 100mila, 10mila o magari un milione di dollari. O forse fra 5 anni sarà scomparso, soppiantato da qualcos’altro.

Per far sì che dai bitcoin origini davvero la rivoluzione che infervora i credenti, si deve verificare almeno una di due condizioni.

1) Nasce un’economia parallela che funziona prevalentemente in bitcoin, vale a dire che le imprese pagano in bitcoin le materie prime, i dipendenti, le tasse e quasi tutte le spese. Che i dipendenti a loro volta paghino in bitcoin affitti, cibo, vestiario, luce, acqua, trasporti eccetera. Insomma un’economia virtuale (non delimitata da confini geografici) che determini il valore del bitcoin in funzione delle “esportazioni”, delle “importazioni” e dei movimenti di capitale verso l’economia tradizionale basata sulle monete fiat;

2) Il valore del bitcoin viene agganciato in modo credibile a quello di un bene o di un servizio di largo consumo (petrolio, kilowatt ora, giga di trasferimento dati, oro).

Al momento nessuna delle due ipotesi appare credibile. Il corso legale del bitcoin in El Salvador ha risolto un solo problema: si possono pagare le tasse con Chivo. Per chi non guadagna in bitcoin è esattamente come pagarle in dinari kuwaitiani al tasso di cambio stabilito dal mercato. E tra l’altro non è assolutamente detto che ciò sia un aspetto positivo. Anzi, Moody’s ha declassato il debito sovrano salvadoregno perché le entrate fiscali in bitcoin sono troppo volatili e quindi il deficit pubblico diventa l’equivalente di un lancio di dadi a Las Vegas.

Insomma, aggiungere bitcoin al dollaro come legal tender in El Salvador appare come una mossa propagandistica per rafforzare la popolarità di un presidente che non è alieno da tendenze autoritarie. Quando gratti un po’ di patina dalle fole sulla blockchain e sul nirvana anarco-libertario finisci per trovare il Caudillo 2.0.

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