Noor* è stata fermata al confine appena rientrata dal Libano ed è stata stuprata insieme alla figlia di cinque anni:

“Mi hanno chiesto: ‘Perché hai lasciato la Siria? Perché non ti piace Bashar al-Assad e non ti piace la Siria?’. Poi hanno detto che ero una terrorista e che la Siria non è un albergo da cui puoi uscire e rientrare quando ti pare”.

Yasmin*, a sua volta tornata dal Libano insieme a un figlio minorenne e a una figlia di tre anni, è stata fermata alla frontiera e accusata di spionaggio. I tre sono stati trasferiti in un centro di detenzione dei servizi segreti, dove sono rimasti per 29 ore. Gli agenti hanno stuprato sia lei che il figlio minorenne:

“Mi hanno detto: ‘Questo è il benvenuto nel tuo paese. Se esci ancora una volta dalla Siria e rientri, ti daremo un benvenuto ancora più grande. Non dimenticherai per tutta la vita il modo in cui ti abbiamo umiliata’”.

Negli ultimi tre anni l’intensità dei combattimenti è fortemente diminuita e ora il governo siriano controlla oltre il 70% del paese. Le autorità di Damasco hanno pubblicamente incoraggiato i rifugiati a tornare e vari stati ospitanti hanno iniziato a riconsiderare la protezione sino ad allora offerta ai rifugiati siriani. In Libano e in Turchia, dove molti rifugiati vivono in condizioni durissime e sono discriminati, i governi stanno mettendo grande pressione sui siriani affinché rimpatrino.

Per quanto riguarda l’Europa, Danimarca e Svezia hanno rivisto i criteri per la concessione dei permessi di soggiorno ai richiedenti asilo provenienti da zone, a loro dire, sicure per farvi rientro, compresa la capitale Damasco e le zone circostanti.

Amnesty International è invece in grado di affermare, sulla base delle sue ricerche rese pubbliche il 7 settembre, che nessuna zona della Siria è sicura e che coloro che hanno lasciato il paese all’inizio del conflitto rischiano seriamente di subire persecuzioni al rientro, sulla base della loro percepita affiliazione politica o semplicemente come punizione per aver lasciato il paese.

Karim* è stato arrestato quattro giorni dopo il suo rientro dal Libano nel suo villaggio situato nella provincia di Homs. È rimasto in detenzione per sei mesi e mezzo:

“Uno [di quelli che m’interrogavano] mi ha accusato di essere tornato per rovinare il paese e completare quello che avevo iniziato prima di partire. Ero un terrorista perché venivo dal mio villaggio [schierato con l’opposizione]. Dopo che mi hanno rilasciato, per cinque mesi non ho potuto incontrare nessuna delle persone che venivano a farmi visita: avevo incubi e allucinazioni, parlavo nel sonno, mi svegliavo urlando e piangendo. Le torture hanno lesionato i nervi della mia mano destra e alcuni dischi della schiena”.

In totale, Amnesty International ha documentato 59 casi di uomini, donne e bambini arrestati arbitrariamente al rientro in Siria, nella maggior parte dei casi per accuse di terrorismo. In 33 di questi casi, le persone arrestate sono state torturate nel corso degli interrogatori o durante la detenzione.

Yasin*, arrestato appena rientrato dal Libano, ha trascorso quattro mesi in carcere:

“Non so per quanto tempo mi abbiano torturato. Ogni tanto riuscivo a contare i colpi che mi davano. Una volta sono arrivato a 100 ma di solito dopo 50 o 60 svenivo”.

Ventisette ex rifugiati sono stati vittime di sparizione forzata. In cinque di questi casi, le autorità hanno comunicato alle famiglie il decesso in carcere. Quattro detenuti scomparsi sono stati rilasciati mentre di 17 non si sa più nulla.

Ibrahim* ha raccontato che suo cugino, la moglie e i loro tre figli di due, quattro e otto anni, sono stati arrestati nel 2019 appena rientrati dalla Francia. Da due anni e otto mesi, questa famiglia risulta scomparsa.

*Tutti i nomi sono stati cambiati per ragioni di sicurezza

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