di Fabrizio Cortesi*

Quanto durerà ancora l’inganno politico mondiale della crescita e dello sviluppo inarrestabili, e tuttavia definiti “sostenibili”?

Il “Rapporto sui limiti dello sviluppo” che il Club di Roma commissionò al MIT nel 1972 per cercare di predire le conseguenze della continua crescita della popolazione sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana, non ha insegnato davvero nulla? Tale rapporto, pur con le limitazioni di calcolo e di simulazione di quegli anni, era davvero anticipatorio e rivelatore di quanto sarebbe accaduto oggi. Esso prediceva già allora che se l’attuale tasso di crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse fosse continuato inalterato, i limiti dello sviluppo su questo pianeta si sarebbero raggiunti in un momento imprecisato entro i successivi cento anni. Il risultato più probabile sarebbe stato un declino improvviso e incontrollabile della popolazione e della capacità industriale.

Già oggi vediamo infatti chiarissimi esempi di scarsità di risorse, ormai erose da una crescita economica irrefrenabile dall’era industriale in poi, di insostenibilità e scarsa resilienza delle catene di approvvigionamento globale e segnali (si vedano le zoonosi e l’attuale pandemia) di cosa ci fa rischiare rompere il patto di rispetto con la natura.

La stessa razionalità e l’osservazione della realtà, del resto, ci dovrebbero far accettare l’idea della finitezza della Terra, consigliandoci di intraprendere più azioni coordinate per gestirla e farci capire che gli effetti negativi dei limiti dello sviluppo rischiano di diventare tanto più pesanti quanto più tardi si agirà. Finora però si vedono più che altro alcuni buoni propositi, molti palliativi, ma poche azioni concrete.

Di fatto, la politica e le tecnocrazie globali e nazionali, ora più che mai condizionate dall’insaziabile mondo industriale e finanziario che va in panico se non vede la crescita degli utili aziendali a doppia cifra di anno in anno, enfatizzano quotidianamente perciò i mirabolanti obiettivi “sviluppisti” di crescita che dobbiamo perseguire in termini di Pil, di produzioni industriali, di sviluppo, pena “enormi sciagure e disgrazie” in caso contrario; questo, in un mondo che ormai arriva già nel mese di luglio di ogni anno all’Overshoot Day, ossia a esaurire le risorse (i “servizi ecosistemici”, orrendo termine antropocentrico) rigenerate dalla Terra.

E sono del tutto vani sulla politica e la popolazione i messaggi ben più recenti, della stessa Onu, che col sesto Rapporto sul cambiamento climatico di Ipcc ci avverte che la situazione globale è in stato di allarme rosso e sostanzialmente fuori controllo, proprio a causa della crescita delle emissioni climalteranti e quindi dello sviluppo eccessivo e mal governato; dal canto suo l’Eeb (l’European environmental bureau) ci dimostra con evidenze incontrovertibili che è impossibile disaccoppiare lo sviluppo dagli impatti ambientali (ossia che lo “sviluppo sostenibile” non esiste, nonostante quanto Asvis – Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile – cerchi di assicurarci), che sono poi le cose che per semplificare ci sta dicendo una sensibile e coraggiosa ragazza svedese da tanti anni.

Finanche le politiche europee e degli altri continenti, basate ormai sui Green Deals (dove “Deal” guarda caso significa anche “affare”) perseguono comunque anch’esse la crescita economica, dietro il paravento della transizione industriale e tecnologica in salsa verde, velleitariamente definita sostenibile, nell’ottica della sola riduzione delle emissioni di gas climalteranti (non delle produzioni di merci, servizi, trasporto e degli altri impatti!): come se i problemi ambientali si riducessero alla sola CO2 nell’atmosfera.

Come se non bastasse, come in una gag comica di casa nostra, Beppe Grillo ci ha ha “regalato” un ministro “del fu ambiente”, quasi a secco di nozioni di ecologia e biodiversità, e più che altro esperto di finanziamenti, di nanotecnologie e di robot, il quale, oltre a prendersela paradossalmente proprio con gli ambientalisti, definiti un “male peggiore” della stessa catastrofe climatica che loro vorrebbero combattere, sta attuando egregiamente, solo una politica dichiaratamente distributiva di risorse finanziarie verso i grandi gruppi industriali che hanno impattato l’ambiente finora e sta continuando a foraggiare tecnologie dei dinosauri e dei camaleonti dell’industria, come quella fossile, se non addirittura resuscitando anche quella nucleare, con tutte le cattive lezioni che quel mondo dell’atomo “sicuro e controllato” (che non esiste) ci ha dispensato in proposito.

Lasciare la scienza e la tecnologia di laboratorio sguinzagliate, sul modello-slogan del ministero della Transizione ecologica di Roberto Cingolani, solo nelle mani del neoliberismo dilagante e orientata solo al progressismo antropocentrico e agli obiettivi di crescita economica, senza guidarla e indirizzarla a monte tramite una visione e una formazione davvero ecologista e orientata alla biodiversità, alla parsimonia e al riuso delle risorse: questo farà grandi danni alla sostenibilità ambientale. Un po’ come la fisica nucleare che, lasciata nelle mani sbagliate e senza paletti etici, portò a concepire la bomba atomica.

Come uscire da questo mortale circolo vizioso, dove il mondo pare una locomotiva impazzita che va a schiantarsi contro un muro, ma il cui macchinista invece che frenare come sarebbe logico, continua ad accelerare?

Ciò che a questa classe politica proprio non piace è innescare una rivoluzione davvero sostenibile e consapevole, avere il coraggio di smettere di crescere, di fermare lo sviluppo verso l’ignoto, investire meno ma meglio, arrestarsi se necessario, ridurre drasticamente le produzioni e gli scambi globali di merci, cancellare i mega accordi commerciali transcontinentali, riusare e riciclare tutto più localmente. Un corpo bulimico che da decenni ha mangiato troppo fin quasi a scoppiare non lo si salva rimpinzandolo di altro cibo, con altro sviluppo, ma mettendolo a dieta ferrea e cambiandogli drasticamente regime di vita.

Certamente, le strategie neoliberiste, del laisser faire e del libero mercato come auto regolatore di ogni cosa, insieme alla logica fideistica e salvifica del ruolo di tecnologia e scienza (ma senza una visione e un obiettivo più alti a monte), hanno miseramente fallito nell’evitare il collasso del sistema e le diseguaglianze sociali, eppure sono ancora questi i mantra consumistici inviolabili di chi ci governa verso il baratro. Viene in questo proposito molto bene l’esempio della pesca: lo sfruttamento sempre più intenso di una risorsa naturale di per sé rinnovabile ha condotto al depauperamento della fauna ittica, al punto che le riserve ittiche sono oggi ridotte al lumicino. La tecnologia ha reso la pesca sempre più aggressiva (sonar, individuazione di branchi tramite satelliti, eccetera), il mercato ha reagito alla scarsità aumentando il prezzo, trasformando così un alimento per poveri in un alimento per ricchi. Ma questo, in particolare in un mondo dove il benessere è sempre più diffuso, non funziona, e oggi le specie ittiche estinte o sull’orlo di farlo, sono centinaia, né gli allevamenti di pesce sono sostenibili, per i noti devastanti problemi ambientali ed etici.

Chissà se ai premi nobel, economisti, politici e governatori delle banche centrali verranno mai in mente, ogni tanto, questi semplici principi. Ma potrebbe essere allora troppo tardi per tutti ammettere che l’enorme crisi ambientale è proprio la disfatta del modello economico vigente.

*consulente in sostenibilità d’impresa e ambientalista

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