Nei primi sei mesi del 2021 Spagna e Italia hanno registrato un numero di morti sul lavoro molto simile: 334 e 434, ovvero 0,71 e 0,72 ogni 100mila abitanti. Ma per il vicino iberico l’andamento è in discesa: 5,6% in meno rispetto al 2020. Al contrario in Italia sono aumentati dello 0,5% su 2020 e dell’11% se si prende in considerazione il 2019, considerato che l’anno scorso il lockdown ha ridotto per forza di cose anche gli incidenti. Storicamente, i due Paesi condividono spesso gli stessi problemi e tendono a studiarsi a vicenda per capire come affrontarli. Lo stesso vale per la sicurezza sul lavoro, su cui la Spagna può offrire alcuni spunti.

La struttura dell’Ispettorato del lavoro spagnolo, per esempio, stimola i controlli dando più responsabilità alle Comunità Autonome. “È un organismo dipendente dal ministero del Lavoro ma ci sono determinate materie di competenza delle regioni, come le relazioni lavorative e la prevenzione sul lavoro. La previdenza sociale è invece esclusiva dello Stato”, racconta al Fatto una fonte dell’organo. In questo modo sono le stesse Comunità Autonome a portare avanti le azioni e a incassare il denaro delle sanzioni. “Esiste un’autorità centrale, con sede a Madrid, formata dalla direzione dell’Ispettorato e un organo rappresentato dall’Amministrazione Generale dello Stato e dalle Comunità Autonome”, spiega. Sono le regioni a decidere autonomamente quale organo investire di competenze in ambito lavorativo: nella maggior parte dei casi si tratta della Direzione Generale del Lavoro o dell’Impiego, che si occupa esclusivamente di quel settore. Nel caso della Castiglia-La Mancia, l’ente ha competenze anche sull’immigrazione, nel Paesi Baschi sulla giustizia.

Questo potrebbe essere uno dei motivi che spiega perché in Spagna il numero delle ispezioni fisiche sia più alto rispetto all’Italia, 277mila contro 160mila nel 2019, nonostante abbia 13 milioni di abitanti in meno. Il dato sorprende ancora di più se si considera che nel Paese iberico gli Ispettori del lavoro sono quasi 2mila, uno ogni 12mila lavoratori, mentre in Italia sono diminuiti in 10 anni da 5.500 a 4mila. Non a caso, già nel 2018 il Governo spagnolo ha assunto nuovo personale e il sindacato degli Ispettori ha chiesto un rafforzamento a fronte dell’aumento delle ispezioni chiesto dalla ministra del Lavoro e vicepresidente Yolanda Díaz.

Le infrazioni più riscontrate sono simili: “Le più denunciate sono quelle che riguardano l’economia irregolare, i tempi lavorativi e i salari”, spiegano da Madrid. Tutti fattori che hanno spinto il governo di Pedro Sánchez con i suoi alleati, specialmente Podemos e Más País, a proporre alcune iniziative mirate. Tra le prime c’è la sperimentazione della settimana lavorativa da 5 a 4 giorni, da 40 a 32 ore. Il progetto, che durerà tre anni, coinvolgerà 200 medie imprese e coinvolgerà tra i 3mila e i 6mila lavoratori. Alcuni esperimenti pregressi, come quello della Software DELSOL a Jaen (Andalusia) hanno già superato le aspettative: in calo l’assenteismo, in crescita la produttività e il gradimento dei dipendenti.

Alla base della proposta del piccolo partito Más País, nato nella capitale come Más Madrid, c’è la convinzione che la salute mentale sia diventata una priorità specialmente nell’ambito lavorativo. Anche per questo, la ministra del Lavoro e vicepresidente Yolanda Díaz ha annunciato che da settembre un gruppo di esperti studierà l’impatto della precarietà sulla salute mentale dei giovani, la fascia più penalizzata, con una disoccupazione che sfiora il 42%, secondo l’Ocse. “È vergognoso avere giovani che lavorano per 400, 500, 600 euro. Una madre che ha un figlio o una figlia, che lavora tre ore; un giovane che deve pagare l’affitto… Come fa a non avere una depressione”, ha dichiarato Díaz.

Nello stesso mese l’Esecutivo riprenderà l’iter per un ulteriore aumento del salario minimo, come annunciato dallo stesso Sánchez questo mercoledì. Passato da 739 a 900 euro in 14 mensilità o 1.050 in 12 mensilità nel 2019 e a 950 nel 2020, l’obiettivo è adesso raggiungere una cifra tra i 1.011 e i 1.049 nell’arco di 14 mensilità entro il 2023. L’iniziativa era stata congelata nel dicembre scorso con la scusante delle difficoltà economiche causate dalla pandemia.

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