Quello del Lazio è solo l’ultimo caso di una, purtroppo, lunga serie di episodi simili. Medici formati nelle università italiane (con un costo per la collettività dunque) e con alti livelli di professionalità e competenze che scelgono poi di lasciare il paese a causa delle poche e scialbe opportunità che trovano in patria. Incrociando vari dati (Corte dei Conti, Ocse, ordini dei medici) si scopre ad esempio che nell’ultimo decennio l’Italia ha perso circa 10mila medici o che la metà dei medici stranieri che lavorano in Europa sono italiani. Germania, Francia e Gran Bretagna le mete più gettonate. Ieri l’Ordine dei medici della regione Lazio ha rincarato la dose; solo quest’anno un migliaio di medici è migrato altrove appena terminata la specializzazione. Una cifra che segnalerebbe quindi un’accelerazione dell’esodo. Il tutto mentre il sistema sanitario italiano è alle prese, come quelli degli altri paesi, ad una pressione particolarmente intensa a causa della pandemia. Non è un caso che proprio ieri la Germania abbia annunciato di aver raggiunto un accordo, che Berlino definisce pietra miliare, per l’arrivo di infermieri/e dall’Indonesia. Ad aggravare la condizione degli ospedali laziali c’è anche l’incremento delle domande di pensionamento, lo scorso anno di 600 in più del solito, un incremento del 20%. Quantificare economicamente la portata di queste perdite è difficile, la Federazione degli ordini dei medici chirurgi e odontoiatri la stima in 250 milioni di euro l’anno. Tanto costerebbe formare questi medici su alti livelli per poi “regalarli” agli altri paesi.

Non c’è molto da capire sulle ragione della fuga dei giovani medici italiani: bassi stipendi, contratti a termine, limitate prospettive di crescita professionale. Il salario medio lordo in Italia è pari a circa 32.600, in Germania è più alto di 10mila euro, in Francia è di 38.900, in Spagna a 34.300 euro, In Gran Bretagna si sfiorano i 38.900. Soprattutto si tratta spesso di assunzioni a tempo indeterminato e non di contatti da rinnovare ogni 6 mesi. Una condizione che condividono con molte altre professioni. Ma non si può dimenticare che quello sanitario è un ambito specifico dove dovrebbe valere un principio di efficacia più che uno di efficienza. Un sistema sanitario è efficace quando è in grado di rispondere bene alle emergenze e quindi, inevitabilmente, che dispone di risorse sotto utilizzate in periodi di normalità. Un sistema efficiente è quello che ottimizza sui costi con un personale sempre al minimo indispensabile. Ma appena qualcosa va storto l’equilibrio va in frantumi. Ne abbiamo avuto un esempio lampante con la pandemia, con la corsa a riaprire terapie intensive e a rimpolpare organici ridotti all’osso. Negli ultimi decenni tuttavia ha prevalso l’approccio opposto e quindi chiusure di ospedali “in perdita”, taglio di personale e contratti precari.

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I dati Inps smentiscono gli allarmi sugli stagionali che “non si trovano per colpa del reddito di cittadinanza”: a maggio 142mila contratti, mai così tanti da otto anni

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