“Ho paura per chi ha lavorato con noi e ora sta per morire. I Talebani li cercano casa per casa. Abbiamo lasciato migliaia di persone che rischiano la vita, ci sentiamo traditi. La situazione è gravissima. Faccio appello alla comunità internazionale: li salvi”. Nello sfogo – in ottimo italiano – di Arif Oryakhail, medico che lavora per l’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, è riassunto lo stato d’animo dei collaboratori afghani dell’Esercito italiano rimpatriati a Roma con il primo volto dell’operazione “Aquila Omnia” dell’Aeronautica militare. Un totale di settanta persone, tra cui l’ambasciatore italiano a Kabul Vittorio Sandalli, che dopo lo sbarco sono stati sottoposti a tampone da parte del personale della Croce Rossa: gli italiani saranno affidati alla Farnesina, mentre gli ex collaboratori afghani verranno presi in carico dalla Difesa. Per loro, infatti, è prevista una quarantena di dieci giorni nella struttura dell’Esercito a Roccaraso, in Abruzzo. Al termine della quarantena saranno quindi inseriti nel programma di accoglienza e integrazione del Ministero dell’Interno.

“I nostri collaboratori hanno creduto in noi e ora sono abbandonati e rischiano la vita”, denuncia Oryakhail. “Abbiamo lasciato colleghi a Kabul e non sappiamo come aiutarli. Donne che hanno collaborato con noi, che abbiamo formato: ostetriche, medici, che lavoravano con noi ed ora sono abbandonati. I nostri ospedali non hanno farmaci, e i malati muoiono. I bambini non hanno da mangiare. È una situazione disastrosa”. E racconta: “Io sono un medico rifugiato che ha collaborato a progetti sanitari a Kabul e nelle province. Avevo creduto molto nella transizione ed ora sono deluso”. Arif era già scappato una volta dal proprio Paese nel 1984, tornandovi dopo l’intervento della coalizione internazionale nel 2001. “Perché l’esercito non ha combattuto? Da un esercito che non ha ricevuto il salario da 6-7 mesi che cosa vi aspettate? Che combatta? Dopo venti anni come faccio a parlare di speranza?”, si chiede.

Hanno parlato in molti ai giornalisti arrivati a Fiumicino. Domenico Frontoni, esperto di logistica per l’Agenzia: “Una parte del mio cuore è rimasta in Afghanistan accanto ai nostri collaboratori. Sono rimaste persone che confidavano in noi e sperano di poter arrivare in Italia per evitare rischi e la situazione che li sta affliggendo. È stata un’evoluzione rapida e siamo ancora travolti dall’emozione“. Pietro del Sette, che si occupa di agricoltura per l’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, racconta: “Sono stato 11 anni in Afghanistan. Ho visto all’inizio la speranza di un Paese che poteva rifiorire, ora vediamo un Paese con il cuore in gola. Abbiamo avuto paura. È un fallimento che fa male – ammette -, la situazione tra ieri e l’altro ieri è peggiorata ulteriormente, l’aeroporto civile è stato chiuso, noi siamo stati gli ultimi a partire ma ci sono altri italiani, e la speranza è che la componente dell’aeroporto militare riesca a portare a termine il nostro programma di rimpatrio”.

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