“Se potessi tornare indietro, finita la maturità, mi iscriverei in un’università americana o inglese. Non si tratta solo di lezioni e corsi, ma di un ambiente stimolante, nuove prospettive, nuove amicizie e, soprattutto, nuove sfide”. Quando era all’università a Roma, nel 2014, Gianluca aveva creato un canale Telegram dove c’erano compagni, colleghi, parenti. “Si è sparsa la voce, si sono aggiunte altre persone. Mi facevo pagare un piccolissimo abbonamento: davo analisi di bilancio di grosse aziende quotate, spunti operativi. L’interesse c’era allora, ma adesso la community è cresciuta ed è diventata la mia professione”. Oggi vive e lavora a Dubai, dove ha aperto la sua azienda.

Gianluca Sidoti, 30 anni, originario di Ascoli, dice di aver sempre avuto “grande passione per l’economia e la finanza”, fin da quando era al liceo classico. “A differenza di molti miei colleghi, però, ho ritenuto essenziale la formazione accademica”. Una laurea in Economia, un Master in Analisi Tecnica, uno in International Business e uno in Finanza, ha lasciato un posto di lavoro a Malta per dedicarsi alla sua azienda. “Con l’arrivo della pandemia e i lockdown, le attività online sono cresciute a dismisura e ho dovuto riprendere il controllo dell’azienda”. Gianluca così ad ottobre 2020 si trasferisce a Dubai, seguendo i consigli di alcuni clienti che vivevano negli Emirati da tempo. E lì decide di continuare a vivere.

Oggi è Ceo e fondatore di una società internazionale che aiuta imprenditori, manager e liberi professionisti come avvocati, commercialisti e medici a tutelare e incrementare il proprio capitale. Negli Emirati gli stipendi dei professionisti sono “nettamente più alti rispetto a quelli degli italiani”, i servizi funzionano, dice Gianluca, non c’è burocrazia ed è relativamente facile sia trovare lavoro (c’è molta offerta), sia costituire una propria società. Gli occidentali, aggiunge, sono benvenuti, ben visti e ben pagati. “A Dubai però è tutto privato: sanità, istruzione, welfare. Lo Stato non ti dà nulla: ognuno è libero di organizzarsi come crede”, continua. Gianluca ci tiene a precisare che a Dubai la vita “non è come quella descritta su instagram dagli influencer che sfrecciano in Ferrari e vivono in hotel a 5 stelle. Dubai è una città normalissima – spiega – e il costo della vita è relazionato alla qualità dei servizi che hai. Un professionista laureato a Dubai guadagna mediamente tre volte lo stipendio italiano, ma il costo della vita (escludendo feste in yacht, alberghi di lusso e ristoranti stellati) è paragonabile a quello di una grande città come Milano”.

Certo, non tutto è oro quello che luccica. “Per quanto io viva bene negli Emirati, bisogna ricordare che stiamo parlando di un Paese culturalmente molto diverso da noi – continua –, dove governa una sola famiglia da generazioni”. Gianluca non può dire di non sentirsi libero. “So di essere un immigrato (il 92% della popolazione residente negli Emirati è immigrata) e di essere fortunato a poter vivere in un Paese sicuro, in crescita, per cui penso che sia mio compito adeguarmi alle leggi e alle usanze. Una volta che impari i comportamenti da tenere, la vita è semplice e non hai problemi. Ma se sbagli, negli Emirati paghi: multa e, spesso, addirittura carcere!”, aggiunge.

Gli italiani, come tutti gli occidentali negli Emirati sono “visti e trattati benissimo”, specie “chi può produrre ricchezza grazie alle sue competenze specifiche”. Il consiglio che si sente di dare ai ragazzi italiani è di “allargare gli orizzonti: i migliori (e più aggiornati) percorsi accademici oggi non sono in Italia”, continua. Per Gianluca in Italia manca una visione a lungo termine, che dia speranza alle nuove generazioni. “Negli Emirati lo scorso anno è stato pubblicato un Piano dettagliato di sviluppo chiamato ‘Dubai 2050’. Loro sanno dove vogliono andare e ogni progetto è funzionale alla visione di cosa saranno gli Emirati tra 30 anni”.

Rimpianti? Nessuno. “Quando sono partito avevo 0 clienti. Una Srl di soli costi e contributi fissi in Italia costa migliaia di euro al mese. Per non parlare della burocrazia: atti, statuti, delibere. Perché? – si chiede –. Non vorrei che passasse il messaggio che da noi non si possa fare impresa – conclude Gianluca –. Quando il fatturato aumenta devi decidere se restare in Italia e pagare le tasse con i soldi che guadagni, o cercare una giurisdizione più favorevole. Ho scelto la seconda, ma ho un profondo rispetto per chi sceglie di rimanere. Se fossi rimasto a Roma molto probabilmente, oggi, mi sarei dovuto accontentare. Io volevo internazionalizzarmi, ma capisco che non è l’obiettivo di tutti”.

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