“In Italia dopo il dottorato un giovane ricercatore non può accedere a fondi di ricerca e può solo iniziare contratti precari”. Grazia Accardo, 39 anni, di origini campane, è andata via nel 2015. Direzione: Corea del Sud. Oggi vive e lavora nei Paesi Baschi, dove si occupa di ricerca su materiali per batterie allo stato solido. “Mi piacerebbe tornare, ma è quasi impossibile”.
Grazia si è laureata in Chimica industriale a Napoli e ha sempre lavorato in università. Dopo il dottorato è volata a Seul, grazie a un grant (assegno di ricerca, ndr) di 5 anni. Il primo impatto è stato traumatico, un’immersione in un ambiente e una cultura dove tutto era estremamente diverso: “Il cibo mi sembrava strano e immangiabile, era difficilissimo comunicare, leggere cartelli, insegne, indicazioni. È stato scoraggiante”, ricorda al Fatto.it. Quando ha visitato il centro di ricerca in cui avrebbe lavorato, Grazia è stata colpita dalla sua grandezza: edifici con laboratori, uffici, negozi, ristoranti, dormitori e appartamenti per ricercatori e studenti, campi da calcio, tennis, palestre. “La prima cosa che mi hanno detto di fare era aprire il conto nella banca all’interno dell’istituto. Per me era incredibile: non avevo ancora iniziato il lavoro e loro si preoccupavano della mia retribuzione”, sorride.

La pandemia in Corea del Sud non ha influito particolarmente sull’attività di ricerca, spiega: poche chiusure o limitazioni, grazie a un efficiente sistema di prevenzione e al monitoraggio dei casi. “Ho sempre lavorato in presenza in completa sicurezza e sporadicamente in smart working”. Lo stipendio di Grazia in Corea era paragonabile “a quello di un professore associato italiano, ma con una tassazione molto più bassa”. Fare ogni anno la dichiarazione dei redditi era “non solo obbligatorio ma anche conveniente” perché spesso si “ricevevano rimborsi, detrazioni, sgravi strutturali”. In più, il sistema del cashback è “una realtà da anni, funziona benissimo, stimola i consumi interni e restituisce qualcosa ai consumatori”. Tuttavia, aggiunge, il costo della vita, soprattutto a Seul, era molto alto e alcuni servizi essenziali come la sanità erano privati, coperti da un’assicurazione sanitaria obbligatoria di base detratta dallo stipendio ogni mese.

Dopo 5 anni Grazia ha deciso di accettare una posizione in Europa. Durante la pandemia si è trasferita in una piccola città dei Paesi Baschi, in Spagna. “Da quando ho avuto una bimba (che è nata a Seul) la mia vita è molto tranquilla: io e mio marito siamo entrambi ricercatori e la giornata è dedicata al nostro lavoro e a nostra figlia”, spiega.
Grazia ha un rapporto molto conflittuale con il suo Paese d’origine. “Mi manca in modo viscerale, certo, ma altre volte provo un profondo rammarico, soprattutto quando penso alla politica e alle opportunità che non offre ai giovani”. Nonostante le numerose critiche a cui il sistema universitario italiano è sottoposto, “posso affermare con convinzione che la formazione italiana sia di altissimo livello – continua –. Nel corso della mia carriera ho avuto la possibilità di seguire e interfacciarmi con studenti e ricercatori stranieri. La loro preparazione era più orientata all’applicazione tecnologica ma troppo settorializzata e di fronte a un problema che si discostava dalla loro esperienza non erano in grado di trovare rapidamente una soluzione”.
In Italia per Grazia andrebbero migliorate le infrastrutture, “poco all’avanguardia, datate e obsolete”, con una programmazione finanziaria certa per sostenere, conservare, mantenere efficienti, o ampliare le piccole e grandi attrezzature per le attività di ricerca.

Il più grande sogno di Grazia è vincere un progetto europeo come principal investigator, avere un gruppo di ricerca tutto suo. “Andare all’estero per motivi di ricerca, passare alcuni anni fuori, vedere altre realtà, non è per me un aspetto negativo, ma una tappa fondamentale e quasi obbligata nel percorso formativo e nella carriera di un ricercatore. Il vero problema è proprio il rientro in pianta stabile”, aggiunge. I canali dedicati al rientro sono “insufficienti, di difficile accesso, lenti, non offrono abbastanza posti”. E conclude: “Ho avuto la possibilità di lavorare in uno dei migliori centri di ricerca di tutta l’Asia, in un Paese come la Corea del Sud che investe il 10/11% del proprio PIL in ricerca. Nei Paesi Baschi ho avuto la fiducia per misurarmi in un campo di ricerca completamente diverso. Tutto questo mi ha arricchito. Non credo che rimanendo in Italia avrei avuto le stesse opportunità”.

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