di Luca Graziani

Se solo poche settimane fa finiva all’asta il codice sorgente del web, oggi il suo inventore, l’informatico Tim Berners-Lee, festeggia i trent’anni del primo sito Internet della storia. Attualmente ancora attivo, info.cern.ch forniva indicazioni a chiunque volesse creare un proprio spazio virtuale su quello che al tempo era il neonato World Wide Web. Fu questo, infatti, lo spirito che guidò le conquiste di quegli anni: dare a tutti la possibilità di colonizzare un pezzettino di Internet. Grazie a quella sua natura libertaria che per molti versi lo ha reso un vero far west, il web come lo concepì Berners-Lee si è ampliato fino alla creazione dello spazio aperto, democratico, universale e (apparentemente) gratuito che oggi tutti noi conosciamo. Uno spazio per nulla privo di insidie.

Allo stesso modo di Internet – che è una cosa diversa – il web in origine servì scopi accademici e militari e fu reso potenzialmente accessibile a tutti solo a partire da quel 6 agosto del 1991. Per vederne la concreta diffusione al di fuori dagli enti di ricerca e delle università si dovette aspettare qualche anno, ma poi arrivò il vero boom e la cosiddetta “era del Web”. Tra il 2000 e il 2010 la rete prese forma cominciando a stringere la sua ragnatela intorno al mondo. Infiniti contenuti a disposizione, gratuità, accessibilità dell’informazione, fake news, criminalità (il cosiddetto Dark Web) e ancora i social network e l’e-commerce, basati su modelli di business che promuovono la schedatura dell’utente monetizzandone i dati.

Da “Information Mesh” a “The Information Mine”, le diverse denominazioni vagliate prima di approdare al celebre www non ne fanno mistero: c’è l’informazione alla base della piramide ed è il grande nodo irrisolto a tre decenni di distanza dalla sua creazione. Dopo la privacy sempre sotto scacco c’è la censura, altro lato della medaglia. Se il web era nato con l’idea di fornire a ognuno gli strumenti per diventare editore di se stesso, oggi postiamo su piattaforme controllate da terzi, sulle quali siamo poco più che ospiti.

Qual è il confine tra il falso e l’opinione? Cosa si può dire in un tweet e cosa no? Chi deve stabilirlo? Va detto che la discutibile operazione di filtraggio eseguita dai titolari dei social, in certi casi, almeno serve ad arginare le ingerenze dei governi autoritari, dando rifugio nell’etere ai dissidenti (vedi Navalny e Khashoggi).

In un mondo che rischia di polarizzare anche il web in una nuova guerra fredda, il fattore pandemia si è rivelato un potentissimo acceleratore. Nel giro di un anno abbiamo visto affermarsi la definitiva supremazia del digitale. Il lavoro, la scuola, i servizi: con la messa al bando del contatto umano tutto è traslato online. Ma siamo davvero pronti a questa digitalizzazione forzata? Perché dalla cronaca recente non si direbbe: tra fallimentari click day e mirabolanti attacchi hacker, persino l’amministrazione rischia di riuscire nell’ardua impresa di peggiorarsi.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili

RIVOLUZIONE YOUTUBER

di Andrea Amato e Matteo Maffucci 14€ Acquista
Articolo Precedente

Riforma Cartabia, la pubblica (dis)informazione fa tifo da stadio: per me è il megafono del potere

next
Articolo Successivo

Tv, bonus rottamazione: dal 23 agosto i cittadini potranno richiederlo

next