di Carmelo Sant’Angelo

Ormai siamo al vilipendio di cadavere. La pubblica disinformazione, che ha costituito l’arma del Conticidio, si affanna da giorni a dimostrare che Conte abbia dovuto ingoiare, sic et simpliciter, la riforma Cartabia. L’onanismo giornalistico raggiunge l’apice del desiderio nella speciosa sintesi: “Allora possiamo dire che hanno perso Conte e i 5 stelle?”.

In questo interrogativo retorico si annidano le scorie nocive del berlusconismo: la faziosità, la menzogna, il tifo da stadio. I fatti non contano, i cani da guardia del potere si trasformano in zelanti cani-pastore che devono guidare i pochi che ancora li leggono e li ascoltano, ma che concorrono a formare la pubblica opinione. Il telespettatore-elettore è un alunno di seconda media seduto all’ultimo banco, come ci ha insegnato il signore dell’altra metà dell’etere. Sappiamo da sempre che “questo non è un paese da giornalisti-giornalisti, è un paese da giornalisti-impiegati”, ancor prima che ce lo svelasse la scena didascalica di Fortapàsc, ma sappiamo anche che gli impiegati sovente hanno persino una spina dorsale. Qui siamo, invece, in presenza di uno sterminato campo di girasoli, talmente inchinati al sole da risultare praticamente morti.

La linea editoriale la dettano i due Matteo (il Pd – come sempre – non si sporca le mani) bravissimi ad interpretare i desiderata degli editori impuri, con interessi nella finanza, nella sanità privata, nell’edilizia, nel credito, nell’industria. Conte viene descritto come un guastafeste, colui che “mette i bastoni tra le ruote” del Governo. Poco importa che le critiche dell’ex premier coincidano con quelli dei magistrati più impegnati sul fronte antimafia, con quelle del Csm, con costituzionalisti, con giuristi, ex parlamentari e, circostanza non trascurabile, anche con le vittime di gravi reati. Sono tutti grillini?

E se la sedicente riforma Cartabia se fosse stata ab origine perfetta, perché emendarla successivamente?

Le importanti modifiche volute da Conte, purtroppo, non potranno rovesciare l’impianto concettuale sbagliato di una riforma che non ridurrà il numero dei processi, non renderà più snelle le procedure, ma produrrà solo delle ampie sacche di impunità, in danno delle vittime e di tutti i cittadini onesti. E’ la vendetta dei partiti sulla stagione di Tangentopoli, come chiaramente si evince dalla “pericolosa deroga al principio della separazione dei poteri e dell’indipendenza della magistratura”, Nino di Matteo dixit.

Ma tutto questo ai giornalisti-tifosi non interessa. Svolgono quella professione perché si prestano ad essere il megafono del potere, il ventaglio che dona ristoro al padrone. Sanno bene quanto sia pernicioso contrastare il capitalismo predatorio ed accattone di questo Paese, un’autentica zavorra per il nostro sviluppo sociale, civile ed economico.

Lo sa benissimo la giornalista del Sole 24 ore che, in una conferenza stampa di aprile dell’anno corrente, aveva rivolto la sua supplica a Draghi: “Se non ci fosse lei premier saremmo terrorizzati”. Ce lo ricorda, ogni sera, una giornalista dai leziosi occhiali che, con i suoi ospiti, mi sembra seviziare la verità con la stessa protervia della canicola estiva. I telespettatori più coraggiosi sono trasportati dal pacioso Caronte nel regno dello “ovemai” per incontrare l’arzillo Capannelle, neon intermittente del diritto, che, parafrasando Tiberio, della “banda dei soliti ignoti”, ricorda ai 5 stelle che “la politica è una cosa seria, voi al massimo potete andare a lavorare”.

L’assoluta ignoranza dei temi trattati emerge drammaticamente ogni volta che incidentalmente venga sollevato il merito delle questioni, con dati oggettivi. Emblematiche, in tal senso, le puntate con ospiti Gratteri e Caselli; dovrebbero essere mostrate ai corsi di giornalismo come esempio di bad practices.

Riecheggiano sempre attuali le parole di Montanelli: “La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi.”

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