Caso vuole che queste righe sulla vicenda Ponte siano scritte al termine di una delle numerose odissee a cui si va incontro percorrendo l’autostrada che collega le due principali città dell’isola e le due metà della stessa Sicilia. In un’autostrada di meno di 200 chilometri per buona parte su corsia unica tra deviazioni e cantieri che rivaleggiano, per età, con le vestigia della Magna Grecia.

Basterebbe questo, in tutta onestà, per ridere davanti alla magnificazione del ponte sullo Stretto e alle magnifiche sorti progressive della mobilità tra Sicilia e terraferma. Basterebbe, insomma, raccontare di ferrovie a binario unico, di tempi di percorrenza indecenti per i collegamenti su gomma, di traghetti residuati bellici per le isole minori per capire come il ponte sia davvero l’ultimo dei problemi per le infrastrutture siciliane.

Ma, diciamocelo onestamente, nessuno crede realizzabile il ponte. Nessuno, neppure i più fanatici sostenitori dell’opera, lo considera realizzabile. E neppure utile per il sistema dei trasporti. No. Il ponte è oramai un’arma di distrazione di massa sempre utile da evocare. Magari per non parlare di interventi concreti e realizzabili quanto urgenti per cui nessuno è disponibile ad assumersi responsabilità. Non è un caso se la stessa commissione del ministero dei Trasporti che ha depositato un dossier – l’ennesimo – per spiegare l’assoluta indispensabilità del ponte sullo Stretto si è ben guardata da spiegare i motivi di questa necessità.

Il ponte diventa così un feticcio ideologico, qualcosa a cui nessuno riesce a dare una spiegazione razionale ma che, comunque, è indispensabile. Ma a chi? Non certo a chi ha necessità di trasportare le proprie merci dalle aree di produzione al continente. A meno di non trovare indispensabile il risparmio di qualche minuto sull’attraversamento dello Stretto e, al contempo, trovare non altrettanto costoso il tempo di percorrenza di ore per percorrere una qualsiasi strada statale o autostrada siciliana. O, caso reale, dover fare decine di chilometri su precarie arterie secondarie prima di immettersi su un’autostrada colabrodo. Per non parlare dei porti.

Viene da pensare che, in realtà, l’indispensabilità del ponte sia da ricercarsi in altri mondi e altri interessi. Magari tra chi ha intascato buona parte dei fondi erogati negli anni per studi e progetti. Una cifra monstre di quasi un miliardo di euro. Che potevano servire per mettere in sicurezza ponti e viadotti, stazioni ferroviarie e bretelle autostradali. E che sono finiti a foraggiare una pletora di portatori di interessi. Soldi pubblici, sia chiaro, che hanno portato alla realizzazione di modellini. E stop.

Per i fan dell’ideologia del ponte tutto questo è assolutamente secondario. Sprechi e sperperi, interventi mancati, reti infrastrutturali che cadono a pezzi sono solo elementi di contorno. Non quotidiano stillicidio per qualsiasi siciliano abbia necessità di muovere persone e merci. A dimostrare, anche, l’assoluta mancanza di senso pratico e di interesse per la quotidianità di persone e imprese.

Per loro non contano le problematiche evidenziate da geologi ed esperti, la non convenienza tra costi e benefici, i tempi. Anche questi sono dettagli. Per loro. E come alleati si trovano una classe dirigente – nazionale e regionale – pronta a richiamare il ponte come panacea per tutti i mali della Sicilia. Come se il ponte fosse capace, magicamente, di impedire lo spreco per mancata spesa degli enormi flussi finanziari della spesa europea. Come se il ponte fosse la bacchetta magica per superare l’arretratezza infrastrutturale e tecnologica della Sicilia.

Parlano del ponte, ma in realtà parlano di un gigantesco tappeto dove nascondere incapacità amministrative e di prospettiva. Un tappeto dove celare le Responsabilità. Mentre qualcuno già si frega le mani immaginando nuove occasioni per arraffare denaro. Progettando interventi di domotica per una casa in cui i muri portanti sono crepati.

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