Pubblichiamo un estratto dal libro Recovery Italia. Perché siamo il “malato d’Europa?” (Mimesis) del giornalista Leonardo Panetta, corrispondente Mediaset da Bruxelles e conduttore di approfondimenti politici sulla stessa rete. E’ disponibile in libreria dal 29 luglio. Mentre l’Italia attende il versamento della prima tranche di fondi, Panetta racconta come sono andate le lunghe trattative tra “Frugali” e “Solidali” che nel luglio 2020, a Bruxelles, sono sfociate nell’approvazione del Next Generation Eu.

La Guerra dei Mondi

La convocazione decisiva per i capi di Stato e di governo è fissata per il 17 luglio (2020). I leader dei vari Paesi, con le rispettive delegazioni, arrivano in una Bruxelles ancora a mezzo servizio a causa delle restrizioni e delle chiusure. Per l’ok definitivo è necessaria l’unanimità di tutti e 27. Basta un solo no per far saltare il progetto. Solidarietà contro rigore. Uno scontro economico ma anche concettuale, che si porta dietro una diversa percezione delle conseguenze del coronavirus. Ci sono Paesi che hanno applicato misure meno rigide di lockdown, altri che hanno elargito ristori e sussidi ai lavoratori e alle attività rimaste chiuse, riuscendo ad allentare la tensione sociale. E poi c’è l’Italia.

L’olandese Mark Rutte chiede che i pagamenti del Recovery possano essere bloccati se i Paesi beneficiari non faranno le riforme richieste. Una proposta ritagliata sull’Italia chiamata da anni a cambiamenti su fisco, pensioni, pubblica amministrazione, giustizia, rimasti inascoltati. Il gruppo dei Frugali chiede di tagliare di 155 miliardi la quota di sussidi, cioè gli aiuti a fondo perduto che non vanno restituiti, dal Recovery Fund.

Lo scontro è polarizzato. Per sbrogliare la matassa, inizia una girandola d’incontri a margine: Italia – Olanda – Commissione europea. Consiglio europeo – Danimarca – Austria – Paesi Bassi – Finlandia. A cui si aggiungono poi: Italia – Francia – Germania -Spagna – Portogallo. Ma il 18 luglio, quando, da programma, sarebbe dovuto terminare il vertice, si chiude come il primo giorno. Nuova fumata nera. Ci si rivede domenica a pranzo. Domenica, in fondo, è giorno di mercati a Bruxelles. E si inizia a contrattare sul serio.

Ricapitolando: Germania e Francia erano partiti da una proposta di Recovery Fund da 500 miliardi in soli aiuti a fondo perduto. Al primo giorno di Consiglio, le trattative a 27 abbassano la quota a 420 miliardi, poi 375 fino ad arrivare a 350. Un Recovery fund da 350 miliardi di sole sovvenzioni da dividere in 27 è però un piatto un po’ misero da spartire per tutti. Charles Michel propone un fondo complessivo da 750 miliardi, con prestiti compresi. “L’Europa è sotto il ricatto dei Frugali” tuona il premier Conte. I Paesi frugali stanno per cedere: hanno ottenuto di conservare gli sconti sul bilancio europeo, i Rebates, di cui abbiamo parlato in precedenza. Con il nuovo budget, all’Olanda vanno 1.921 miliardi di sconti annui, alla Svezia 1.069, all’Austria 565, e alla Danimarca 322. Considerato che, a inizio legislatura, si partiva dalla proposta di tagliarli, non male. Tutti ancora a cena insieme, ma senza brindisi finale. Ci si aggiorna a lunedì.

Angela Merkel ed Emmanuel Macron decidono di “chiudersi” in uno stanzino con i due contendenti: Giuseppe Conte e Mark Rutte. Da lì si uscirà solo con un’intesa. Un po’ come alla fine delle elezioni italiane, dove a parole nessuno ha davvero perso, anche in Europa bisogna fare in modo che tutti possano tornare a casa dichiarandosi vincitori. Il piatto forte della cena di lunedì è una proposta finale che soddisfi il palato di tutti: il gusto italiano e quello olandese (e anche quello degli altri). Charles Michel cucina un Recovery da 750 miliardi complessivi. I 500 miliardi in aiuti a fondo perduto scendono a 390, 360 si trasformano in prestiti per andare incontro alle richieste dei Frugali (che ottengono sconto sul bilancio). Rutte, Kurz e gli altri possono dirsi soddisfatti.

Il diavolo si nasconde nei dettagli. Per l’Italia i prestiti sono una polpetta avvelenata. I soldi da restituire, seppur a tassi agevolati, sono debito futuro. Per altro, al termine del Consiglio europeo del 23 aprile 2020, fonti del governo riportavano una dichiarazione di Conte in cui chiedeva “un Recovery Fund pari a 1.500 miliardi che dovrebbe garantire trasferimenti a fondo perduto”. Una dichiarazione un po’ roboante che verrà prontamente consegnata agli archivi. Nel ricalcolo delle risorse a disposizione, l’Italia risulta però come il primo Paese beneficiario del Recovery: 209 miliardi, di cui 81 circa a fondo perduto. E in più a finanziare il fondo arriverà una versione “non perpetua” degli Eurobond: attivi da luglio 2021 e limitati ad alimentare il fondo.

L’Italia non è più nella posizione di porre veti. Lo fa chiaramente capire Angela Merkel in un incontro con Conte e Macron oltre la mezzanotte. L’accordo trovato è l’unica soluzione possibile. Nell’intesa si stabilisce come l’approvazione del piano passi dalla Commissione europea che ha poi due mesi per promuoverlo, in considerazione del rispetto delle linee guida per gli investimenti, destinati soprattutto a rivoluzione verde e digitale. Nonostante l’opposizione di Conte, il parere della Commissione, entro i 30 giorni successivi, deve comunque essere sottoposto al vaglio del Consiglio: i ministri degli Stati membri votano a maggioranza qualificata e un gruppo di Paesi che se uniti riesca esprimere almeno il 35 per cento della popolazione europea potrebbe bloccare un piano sgradito.

Resta inoltre, così come chiesto da Rutte, una sorta di freno di emergenza sull’erogazione futura delle risorse: i soldi sono condizionati alla verifica di una serie di obiettivi intermedi che possono anche essere fermati in caso di significative deviazioni dai target, qualora fossero riscontrate da uno o più governi che potrebbero sollevare la questione in Consiglio europeo. I leader dovranno risolvere la questione in, testuale, “modo esaustivo”. Una questione che potrebbe durare fino a tre mesi. La parola finale spetta comunque alla Commissione. Due volte all’anno i governi devono riferire gli avanzamenti e i progressi compiuti. Viene inoltre definita la necessità di rispettare le cosiddette raccomandazioni Ue, in sostanza le indicazioni che ogni anno la Commissione muove ai diversi Paesi. Bruxelles chiede all’Italia, nel 2019-2020, riforme al sistema pensionistico, pubblica amministrazione, istruzione, lavoro, giustizia. Alle 5.45 di martedì 21 luglio, con un tweet, Charles Michel annuncia che l’intesa è stata raggiunta.

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