Al Consiglio superiore della magistratura slitta la votazione del parere alla riforma della processo penale di Marta Cartabia. Solo ieri la sesta commissione di Palazzo dei Marescialli aveva approvato a larga maggioranza, 4 voti a favore e 2 astensioni, una relazione che equivaleva a una totale bocciatura del meccanismo dell’improcedibilità studiato dalla guardasigilli. “Riteniamo negativo l’impatto della norma perchè comporta l’impossibilità di chiudere un gran numero di processi”, ha spiegato Fulvio Gigliotti, presidente della commissione. Quella proposta era attesa in plenum il 28 luglio per essere discussa, eventualmente modificata e votata. Ma non sarà così. Il motivo? Il presidente della Repubblica, che come è noto è pure presidente del Csm, ha chiesto al Consiglio di posticipare la discussione, in attesa che la commissione vari una proposta di parere su tutta la riforma. A chiedere che il Csm si esprima su tutta la riforma e non solo sull’improcedibilità – che è poi il cuore della legge – è stata la stessa guardasigilli. Che in un primo momento non aveva chiesto a Palazzo dei Marescialli alcun parere. Solo il 22 luglio, e cioè nello stesso giorno in cui la sesta commissione ha bocciato la sua riforma, Cartabia ha deciso di chiedere al Consiglio un parere su tutti gli emendamenti depositati in commissione.

La richiesta di Cartabia, l’istanza di Mattarella – Una richiesta che, a questo punto, non era certo attesa a Palazzo dei Marescialli e che ha l’inevitabile effetto di ritardare l’approvazione di qualsiasi parere del Csm sulla riforma, attesa nell’aula della Camera il 30 luglio prossimo. La novità è contenuta in una comunicazione inviata stamattina da David Ermini ai consiglieri del Csm. Il vicepresidente ha spiegato che il parere “reso limitatamente all’istituto dell’improcedibilità dell’azione penale, approvato ieri dalla Sesta commissione non è stato inserito nell’ordine del giorno ordinario del prossimo plenum per consentire al Csm di esprimersi sull’intera riforma del processo penale”. Una decisione che Ermini ha preso per recepire le indicazioni di Mattarella. Il capo dello Stato ha rappresentato l’opportunità di “posticipare anche soltanto di pochi giorni l’iscrizione della pratica all’odg del plenum, affinchè il consiglio dia il proprio parere sul complesso della riforma così da consentire al Parlamento, che sta in questi giorni avviando la discussione del provvedimento, di avvalersi di una approfondita e compiuta valutazione tecnica proveniente dal Consiglio superiore magistratura”. Un’opportunità, continua Ermini nella sua comunicazione, dovuta “anche in considerazione della richiesta di parere formulata dalla ministra della Giustizia, pervenuta al Consiglio il 22 luglio del 2021, su tutti gli emendamenti governativi presentati i dalla medesima ministra”.

Tra ministero e Csm: la cronologia – La questione è delicata e va ricapitolata tenendo d’occhio le date. Cartabia ha portato gli emendamenti alla riforma della giustizia penale in Consiglio dei ministri l’8 luglio, per poi depositarli in commissione giustizia alla Camera il 14. Fino all’altro ieri non aveva chiesto alcun parere al Consiglio superiore della magistratura. Palazzo dei Marescialli, però, su argomenti simili può emettere pareri anche senza richiesta diretta. Visti i tempi stretti la sesta commissione ha deciso di concentrarsi sull’improcedibilità, cioè il meccanismo che fa “morire” i processi se non si concludono in due anni in Appello e in uno in Cassazione. In pratica il cuore della riforma. “Il consiglio, tenuto conto della brevità dei tempi a disposizione e dell’ampiezza del progetto di riforma ha ritenuto di svolgere – pur in assenza della richiesta di parere da parte del ministro – una prima valutazione dell’intervento normativo da ultimo presentato con la proposta di emendamenti concentrando l’attenzione in particolare sulle disposizioni in materia di prescrizione e improcedibilità dell’azione penale”, scrive il presidente Gigliotti.

Tempi strettissimi – La sesta commissione spiegava che la “tagliola” al processo d’Appello “non è sostenibile in termini fattuali in una serie di realtà territoriali, dove il dato medio è ben superiore ai 2 anni, ed arriva sino a 4-5 anni”. Il che significa che con la nuova norma “si impedisce la trattazione di un gran numero di processi”, senza considerare che restano poi anche i problemi di sistema,” perchè la nuova disciplina mal si concilierebbe anche con un altro principio dell’ordinamento: quello della ragionevolezza”. Quel parere non ha ricevuto alcun voto contrario: quattro votano a favore, due si astengono. Nello stesso giorno, però, la ministra cambia idea: vuole avvalersi dell’opinione del Csm per la sua riforma. Ma vuole un parere ampio, su tutte le norme. Dunque ha chiesto e ottenuto un rinvio al Csm, che nella prossima settimana ha in calendario altri due plenum dopo quello del 28 luglio: il 29 e il 30. Se non un nuovo parere – relativo a tutta la riforma – non sarà pronto entro allora, il Csm potrebbe addirittura essere chiamato a riunirsi probabilmente in via straordinaria visto che – normalmente – nel mese di agosto Palazzo dei Marescialli chiude i battenti. Nel frattempo la riforma è attesa in aula il 30 luglio: i tempi affinché il Parlamento si avvalga di “una approfondita e compiuta valutazione tecnica proveniente dal Consiglio superiore magistratura“, per usare le parole del capo dello Stato, sono strettissimi.

Albamonte: “Singolare ritardare il parere del Csm” – E infatti la decisione di ritardare l’ordine del giorno del plenum viene contestata da Eugenio Albamonte, pm di Roma e leader di Area, la corrente di sinistra delle toghe. “Trovo singolare che proprio nel momento nel quale il ministro annuncia che la riforma del processo penale verrà votata con il voto di fiducia e sostanzialmente l’Aula sarà privata della possibilità di fare emendamenti, si impedisca o comunque si ritardi un parere del Csm che era già pronto e poteva essere votato velocemente, offrendo il contributo che il Csm istituzionalmente è tenuto a rendere al governo e al Parlamento su riforme che riguardano il funzionamento della giustizia”, dice l’ex presidente dell’Anm. “Il fatto che la ministra abbia chiesto ieri il parere su tutta la riforma del processo penale non avrebbe impedito -continua – che la parte del parere già preparata venisse licenziata. Sarebbe stata una prima valutazione, anche con suggerimenti, proprio mentre è più acceso il dibattito sugli organi di informazione e all’interno della magistratura e tra le forze politiche su un punto che sta diventando tra i più qualificanti della riforma, l’improcedibilità in appello”. Quindi perché è arrivato questo stop? “E’ stato tanto il lavoro fatto per trovare una quadra politica, tutta ispirata all’esigenze di visibilità dei singoli partiti e in nessun caso attenta al reale funzionamento della giustizia. A pensar male, proprio perche si è raggiunta questa quadra in modo così difficoltoso, non si vuole che gli equilibri politici vengano turbati dalle valutazioni tecniche di chi il processo lo conosce. E questa non è una bella pagina, soprattutto per un governo istituzionale di questa caratura”.

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