Per sensibilità personale e anche per un mai sopito senso di giustizia tendo a occuparmi di artisti dimenticati o poco conosciuti, gli artisti famosi hanno già tutto, sono stati analizzati nei minimi particolari, hanno un pubblico vasto e un grande numero di critici che si sono occupati di loro, ma c’è tutto un sottosuolo rigoglioso di bellezza e cultura che va riscoperto e portato alla conoscenza dei lettori e degli spettatori, e in questo caso specifico si tratta di Mario Moretti, uomo di teatro e di lettere, drammaturgo, che ha la sfortuna di avere un cognome già “occupato” da un certo Nanni e da un suo omonimo che fu componente storico delle Brigate Rosse.

Noi invece vi vogliamo parlare di Love’s kamikaze che è un atto unico scritto da Mario Moretti nel 2005 e che oggi viene riproposto in una nuova veste dalla figlia Mila, attrice e regista. Il sottoscritto non ha letto il testo e quindi mi affido alla video intervista (che allego al pezzo) che ho fatto alla stessa Mila e agli interpreti: Claudio Contartese e Giovanna Lombardi. Quindi vi invito a vedere la video intervista molto divertente e all’insegna del gioco, perché quello che ho capito è questo: non è tanto l’amore ma è l’umorismo la vera salvezza dell’umanità, chi possiede il famoso e sempre più raro sense of humour, non può assolutamente fare una guerra, anche perché fare sorridere un morto sarebbe un’impresa vana, i morti tendono per loro natura a ignorare ogni forma di espressività, meglio stare tra i viventi, sempre che ce ne siano ancora in giro.

L’umorismo è sacro come il teatro, così ci ricorda Giovanna Lombardi, e noi siamo d’accordo con lei. Il volto di Mila Moretti è un concentrato di giocosità, a volte sembra una bambina dispettosa, una monella, altre volte nei suoi occhi c’è il guizzo di un’intelligenza irriverente, ma quello che più mi emoziona è l’afflato amoroso di una figlia innamorata del padre, non un padre ingombrante, anzi: un padre assente, spesso per motivi di impegno artistico, ma si sa, “assenza/più acuta presenza”, e Mila si mette sulle tracce emotive di suo padre, cerca di riconquistarlo ogni volta, di colmare quell’assenza, adattando un lavoro che purtroppo è sempre di drammatica attualità: il conflitto tra israeliani e palestinesi che sembra ormai infinito, senza fine, un ergastolo di sangue e vendette che non trova la libertà.

Love’s kamikaze ci dice che, se ci mettiamo sul piano della razionalità e della logica, non c’è scampo e non c’è soluzione possibile, come diceva qualcuno: il tragico nella vita è che ognuno ha le proprie ragioni.
L’unica speranza consiste quindi nel fare un salto, nel porsi su un altro livello, e il piano (inclinato) della speranza si nutre di amore, umorismo e gioco. Pensateci bene, che cosa resta della vita se togliamo questa triade imprescindibile e salvifica? Una vita senza gioco? Senza amore? Senza umorismo? Non è vita, è solo una prigione.

Ecco perché il teatro, il teatro vero, è fondamentalmente liberatorio, ci libera da una prigione esistenziale, cupa e sanguinaria; il teatro vero ci fa immaginare un’altra vita, è una catarsi attiva, c’è una vettorialità, una progettualità, c’è uno sconfinamento in una dimensione di armonia e bellezza, sempre a portata di mano, ma mai afferrata veramente, perché i giochi di potere non lo permettono, compito dell’artista è quello di non arrendersi alla realtà, ma di affrontarla, indicando un cammino, nella speranza mai vana che questo cammino varchi la soglia del palcoscenico per fondersi con le nostre vite, che devono essere assetate d’amore e di gioco o non ci sarà speranza per l’umanità, questo è un dato certo che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.

Per questo saluto la riedizione teatrale di Love’s kamikaze con grande entusiasmo e spero che abbia il successo che merita, per i motivi appena detti ma anche per rivitalizzare un drammaturgo dimenticato di nome Mario Moretti, un “terrorista” teatrale che fa esplodere le parole e le azioni sceniche, e non le bombe. Di questo abbiamo bisogno, oggi più che mai: merda, merda, merda!

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