In Lussemburgo, dozzine di persone sono state evacuate dopo che i nubifragi hanno provocato la rottura degli argini fluviali. Secondo le prime stime del governo, i danni materiali sono notevoli. A tutt’oggi, però, non sono state segnalate vittime. Nel frattempo, la provincia del Limburg dei Paesi Bassi ha dovuto evacuare migliaia di persone dalle proprie case a causa dello straripamento dei fiumi.

Le vicine Germania e Belgio hanno subito, invece, un impatto alluvionale ben più catastrofico: piangono oltre 200 vittime e temono per i moltissimi dispersi. Il primo ministro della Renania settentrionale-Vestfalia, in visita alle zone alluvionate, ha parlato di “catastrofe del secolo”, come testimonia l’inviato di Taz.de. E tanto lo Stato quanto i Comuni non sono stati capaci di far fronte all’impatto delle inondazioni e delle frane.

All’unisono, tutti hanno additato il riscaldamento globale come la causa principe della catastrofe. Il ministro dell’Interno, Horst Seehofer, ha ribadito che “nessuno può dubitare che questa catastrofe sia legata alla crisi climatica” come già dichiarato da altri membri del governo. E l’editoriale di The Economist titola: “Inondazioni devastanti in Germania mettono in guardia l’Europa dai pericoli del riscaldamento”. Politica ed economia non hanno dubbi. E fenomeni “fuori scala” come questo lasciano effettivamente attoniti: un complesso di nubifragi di grande estensione e intensità ha incontrato la scarsissima resistenza di un territorio la cui resilienza è tutta da verificare.

L’invocazione del cambiamento climatico sa di litania. Una grida non troppo diversa dall’anatema del castigo divino. Nel corso della storia, l’uomo ha spesso aggiudicato la responsabilità del disastro “naturale” al soprannaturale, dalla genesi biblica in poi; fino a Papa Pio IX alluvionato a San Silvestro del 1870, ai sacrestani polesani inondati dal Po nel 1951, ai preti ortodossi di Tbilisi durante l’alluvione del 2015. Se il dardo è divino, all’uomo non resta che cospargersi il capo di cenere e recitare contrito una penitenza; per appiccicare poi qualche cerotto ove indispensabile. E continuare come prima.

Come temeva anni fa il primo segretario dell’Autorità di Bacino del Po, il cambiamento climatico può diventare un comodo alibi per giustificare l’inerzia e l’ignavia di una comunità e di chi la governa. Se la colpa è del clima, ma che colpa abbiamo noi? Se è tutta colpa del clima che cambia, non resta che battersi il petto. E poi correre a comprare un Suv elettrico.

Quindici anni fa, Manfred Spreafico, che fu per 20 anni presidente della Commissione Internazionale per l’Idrologia del Bacino del Reno, scrisse che nei bacini minori “la crescita improvvisa dei livelli idrici, nonché le elevate velocità del deflusso combinate con l’enorme trasporto di sedimenti, richiedono procedure speciali nella gestione del rischio alluvionale” (IAHS Publication 308, 2006). Significa che soltanto una efficace ed efficiente catena di preavviso, preannuncio, allarme, pianificazione e mobilitazione delle procedure di emergenza può contenere il pesante tributo di vittime, in serbo agli eventi idro-meteorologici “fuori scala”.

La valle dei vini (Rotweinparadies) è tra le zone tedesche più colpite. Questa valle si è già dovuta confrontare parecchie volte con eventi idrologici straordinari nel corso degli ultimi due secoli. Nel periodo 1804-1937, il bacino del fiume Ahr ha sperimentato almeno cinque grandi eventi alluvionali: nel 1804, 1888, 1910, 1918, 1920 (Figura 1).

Figura 1

Una puntigliosa ricerca di Roggenkamp e Herget conclude che “quattro delle cinque piene ricostruite del fiume Ahr furono superiori a qualunque piena misurata di recente”. Eppure, nel periodo successivo, di piene minori ce ne sono state parecchie, per esempio ad Altenahr (Figura 2), un insediamento poco attento alla geomorfologia fluviale (Figura 3).

Figura 2
Figura 3

Il mio primo libro divulgativo sul riscaldamento globale (1994) si concludeva con un capitolo dal titolo provocatorio: “Che fare? Tre opzioni: 1. Nulla; 2. Ridurre le emissioni; 3. Sviluppare l’adattamento”. Negli anni successivi, l’umanità ha scelto la prima strada. I risultati si cominciano ad apprezzare solo ora, perché l’uomo, così facendo, ha innestato da tempo un esperimento dagli esiti potenzialmente tragici a lungo termine.

Per mitigare i cambiamenti climatici e i loro impatti, in conseguenza all’abuso dell’effetto serra da parte dell’uomo, sarebbe stato ragionevole perseguire assieme la seconda e la terza opzione. Perché? L’inerzia del sistema climatico non dà scampo, a breve termine: gli effetti di una marcia indietro sulle emissioni si possono vedere solo a medio-lungo periodo. Ridurre le emissioni è un dovere morale e civile che l’umanità deve prendere sul serio. Se lo avesse fatto ai tempi del Summit della Terra di Rio de Janeiro (1992) qualche risultato avremmo potuto iniziare a vederlo già in questi anni. Da allora, le emissioni sono invece raddoppiate. E, se iniziamo oggi a ridurle anche drasticamente, solo i nostri nipoti potranno vedere qualche effetto o forse i loro figli, perché l’inerzia climatica gioca un ruolo fondamentale.

Ci vorrà parecchio tempo per capire la dinamica di quanto è appena accaduto in atmosfera e al suolo nel bacino del Reno. E per aggiudicare eventuali responsabilità, possibilmente pro-quota. Per adesso, illudere i cittadini che, guidando un Suv elettrico, eviteranno catastrofi simili a quella tedesca è uno scherzo, frutto della semantica ingannevole che controlla capillarmente la società da trent’anni.

Le auto elettriche servono per resuscitare un mercato saturo. Per moderare le emissioni di CO2 del traffico veicolare sarebbe di gran lunga più efficace ridurre del 40% la massa delle auto e del 25 i limiti di velocità. Subito. Senza contare che, guidando più piano, molte vite umane sarebbero risparmiate: secondo i dati della Polizia Stradale, a giugno 2021 gli incidenti autostradali sono aumentati in Italia del 37% rispetto allo stesso mese del 2020, i feriti sono cresciuti del 63 e le vittime del 111%. I caduti della strada non hanno minor dignità delle vittime dei disastri naturali.

L’esempio della corsa all’auto elettrica è solo un cameo. Un minuscolo esempio di come l’umanità stia affrontando la questione climatica in tutte le sue sfaccettature. Nel 1987, il rapporto Brundtland delle Nazioni Unite (World Commission on Environment and Development, Wced) raccomandava che la transizione verso lo sviluppo sostenibile fosse fondata su due pilastri: la lotta alla grande povertà del sud del mondo e un radicale cambiamento dei modelli insostenibili di produzione e consumo del nord. La catastrofe idrogeologica europea del luglio 2021 dovrebbe stimolare la nostra comunità a prendere sul serio quel suggerimento.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te

In questi tempi difficili e straordinari, è fondamentale garantire un'informazione di qualità. Per noi de ilfattoquotidiano.it gli unici padroni sono i lettori. A differenza di altri, vogliamo offrire un giornalismo aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per permetterci di farlo. Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Colline del Prosecco, la denuncia dei parroci contro pesticidi e sbancamenti del terreno: “Condotta irresponsabile in nome del profitto”

next
Articolo Successivo

Transizione green, il commissario Ue: “Dev’essere giusta, ma chi evoca i Gilet gialli difende precisi interessi”. Cingolani tira dritto: “Non va fatta in fretta”

next