Contatti stretti con il mondo della politica e dell’economia, rapporti con la “casa madre” ma anche con la massoneria, oltre a un forte controllo sull’elettorato calabrese: ad Aosta era operativa una locale di ‘ndrangheta. Da oggi ci sono due sentenze di secondo grado a confermarlo. La Corte d’Appello di Torino ha inflitto quindici condanne al termine di due processi (uno in abbreviato, l’altro con rito ordinario) nati dall’inchiesta Geenna della Direzione distrettuale antimafia piemontese sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nella regione alpina. Ma dal Palazzo di giustizia in serata è uscito anche un grande assolto: Marco Sorbara, ex consigliere regionale dell’Union valdotaine, il maggior partito autonomista della Regione. “Il fatto non sussiste” secondo i giudici d’appello, che per lui hanno ribaltato la sentenza di condanna inflitta dal tribunale di Aosta, che nel settembre scorso gli aveva inflitto dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Con la lettura del dispositivo alle 19, dopo nove ore di camera di consiglio, gli sono anche stati immediatamente revocati gli arresti domiciliari. Era sottoposto a misura cautelare dal 23 gennaio 2019, quando scattò il blitz dei carabinieri: secondo la Dda di Torino, e il tribunale di Aosta, Sorbara era la ‘longa manus’ della “locale” di ‘ndrangheta all’interno della giunta comunale di Aosta all’epoca in cui era assessore alle Politiche sociali della città, prima di essere eletto, nel 2018, in Consiglio Valle. Pene ridotte ma quadro accusatorio in larga parte confermato per gli altri quattro imputati nel processo con rito ordinario: il ristoratore Antonio Raso, considerato uno dei vertici della locale (10 anni di reclusione), Monica Carcea, ex assessora comunale di Saint-Pierre, paese poi commissariato (7 anni), Nicola Prettico, ex consigliere comunale di Aosta e Alessandro Giachino, dipendente del Casinò di Saint-Vincent (8 anni a ciascuno).

Nel processo parallelo a 11 imputati con rito abbreviato, invece, confermate sostanzialmente tutte le condanne. A Bruno Nirta (fratello di Giuseppe, ucciso in Spagna nel 2017), è stata inflitta la pena più alta di tutte: 12 anni, sette mesi e 20 giorni di carcere. Secondo le indagini era uno dei vertici della locale, insieme a Marco Fabrizio Di Donato, condannato a nove anni. Pena confermata anche per l’avvocato penalista torinese Carlo Maria Romeo: quattro anni e sei mesi di reclusione. Confermate, infine, le provvisionali di risarcimento nei confronti delle parti civili: 10mila euro ciascuno ai Comuni di Saint-Pierre e Aosta e 5mila all’associazione Libera. Le motivazioni del provvedimento sono attese nel termine di novanta giorni, con gli avvocati che hanno preannunciato il ricordo in Cassazione.

Da Geenna è nata l’inchiesta Egomnia, chiusa nei mesi scorsi, su un presunto scambio elettorale politico-mafioso alle elezioni regionale valdostane del 2018. Tra gli otto indagati anche gli ex presidenti della Regione Laurent Vierin e Renzo Testolin (quest’ultimo ancora in Consiglio Valle): le loro posizioni sono in concorso con quelle di due condannati di oggi, Roberto Alex Di Donato e Giachino. Lo stesso vale per l’ex governatore Antonio Fosson, ma in concorso solo con Raso.

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