Il calcio non mi interessa granché, ma ho assistito alla finale degli Europei dandole un significato che va oltre lo sport. L’Italia, per me, rappresentava l’Europa, incluse Scozia e Irlanda, e si è battuta con un’Inghilterra, non con il Regno Unito, che le ha detto no. Mi pare di aver capito che il resto d’Europa, prima di tutto Spagna e Francia, abbia tifato per noi. Per un genovese in esilio come me, fa effetto vedere la bandiera dell’Inghilterra, non quella del Regno Unito, opposta al nostro tricolore.

La bandiera di San Giorgio (croce rossa in campo bianco) è la bandiera della Repubblica di Genova e l’Inghilterra pagava una tassa per issarla sulle sue navi che entravano in Mediterraneo. Pare inibisse gli attacchi da parte dei pirati. Per un po’ hanno pagato la tassa a Genova, poi hanno smesso, tradendo i patti. Avrebbero dovuto cambiare bandiera! Se Genova ha dato la bandiera all’Inghilterra, l’Inghilterra ha dato il calcio all’Italia, e lo ha fatto proprio a Genova, dove il calcio italiano è stato fondato da un inglese che chiamò la squadra con il nome inglese della città: Genoa. L’altra squadra di Genova, la Sampdoria, prende il nome dal quartiere di Sampierdarena e dalla società ginnica Andrea Doria (storico ammiraglio della flotta genovese).

I genovesi sono divisi visceralmente nel calcio: ai genoani sono più care le sconfitte della Samp che le vittorie del Genoa, e viceversa. La Samp di Mancini e Vialli, i gemelli del gol, perse una storica partita contro il Barcellona proprio a Wembley, 29 anni fa. I gemelli sono tornati, con la Nazionale, a lavare quella sconfitta: hanno ricreato nella nazionale l’atmosfera giocosa e spensierata della squadra genovese che vinse lo scudetto grazie all’affiatamento di un gruppo di giovani che, prima di tutto, si divertivano a giocare al calcio. Secondo me, sotto sotto, ne sono orgogliosi anche i genoani, a parte mio cugino Armando (credo).

Ho visto cose che non avrei voluto vedere, durante e dopo la partita. I fischi all’inno nazionale, e i boati di disapprovazione ogni volta che l’Italia aveva la palla non mi sono piaciuti. Ho trovato disgustoso il gesto di togliersi la medaglia da parte di molti giocatori inglesi (non mi è parso di vederlo nei giocatori di colore). Leggo che i giocatori neri che hanno sbagliato i rigori per l’Inghilterra sono stati oggetto di frasi razziste da parte dei tifosi. In un momento difficile l’Inghilterra ha mostrato la sua parte peggiore.

Ho molti amici in Inghilterra, ma non sono un campione rappresentativo della popolazione, visto che sono tutti rammaricati, quanto lo sono io, di aver voltato le spalle all’Europa. L’Europa deve moltissimo all’Inghilterra, ma è vero anche che l’Inghilterra debba molto all’Europa. Prima di tutto per essere capita da un continente che ha abbracciato molta della sua cultura. Proprio a Genova, nel 1965, ho assistito a un concerto dei Beatles, il gruppo che ha segnato l’evoluzione musicale del secolo scorso. Non parliamo della moda, dei tagli di capelli, dei modi di dire.

Moltissimi italiani vivono e lavorano nel Regno Unito, dove sono stati accolti e dove hanno potuto contribuire allo sviluppo del paese, fuggendo da un paese che dava poche opportunità. Gli inglesi venivano da noi per imparare dai paesaggi e dalle città il senso della bellezza, ispirandosi al nostro modo di vivere. Lo hanno fatto Dickens, e Byron e Shelley, e continuano a farlo. Penso a Helen Mirren in Salento e a Sting in Toscana. Gli inglesi, nell’era vittoriana, sono stati il vertice del progresso scientifico mondiale, e ancora lo sono, con le loro università: un paese orientato verso la scienza. Tutta l’Europa scientifica, e anche il resto del mondo, scrive e parla inglese, la lingua franca che tutti i ricercatori usano quando comunicano tra loro. I progetti europei si scrivono in inglese, e tutti i risultati sono resi pubblici in inglese, una lingua che lega la comunità scientifica mondiale.

L’amputazione della Brexit è culturalmente lancinante proprio perché non si può pensare ad un’Europa senza l’inglese e senza inglesi. Questo amore per il Regno Unito diventa rancore quando chi ami ti volta le spalle, e lo fa in modo rozzo e volgare, come è successo durante la finale di Wembley. Gli argomenti che hanno guidato la scelta di uscire dall’Europa sono stati basati su frottole. Il Regno Unito ha ottenuto trattamenti di favore, mantenendo la propria moneta, ricevendo più fondi di quanto versava all’Unione, ma nulla bastava mai. Anzi, si diffondeva l’idea che l’Europa vessasse l’Inghilterra.

A volte ho usato Regno Unito, altre volte ho usato Inghilterra, perché Scozia e Irlanda del Nord si sono comportate diversamente nei riguardi dell’Europa. Gli inglesi hanno avuto il controllo del più grande impero di tutti i tempi, hanno grande nostalgia di quei tempi e molti di loro, soprattutto gli anziani, si ritengono superiori rispetto al resto del mondo. E quindi fa molto piacere assestare un sonoro calcio nel deretano a chi ha inventato il calcio, tradendone lo spirito.

Europa (comprese Scozia e Irlanda) batte Inghilterra. Detto questo, per quel che mi riguarda, li accoglierei a braccia aperte se volessero tornare.

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