Gli strateghi elettorali del centrodestra a Milano, consci che la partita contro il sindaco Beppe Sala si potrebbe giocare nelle periferie e non certo sui voti della borghesia, hanno rivestito a nuovo, casual-sgargiante, il candidato Luca Bernardo e lo hanno portato a spasso in un quartiere pop più che millenario come Baggio. Non senza prima aver messo ai piedi del “dottor professore” prestato alla politica persino un paio di sneakers bianche con Paperino e Pluto in bella vista.

Ideona, no? Anche solo consultando Wikipedia avrebbero potuto leggere il detto milanese “Và a Bagg a sonà l’ôrghen”, questi geni del marketing politico, prima di tentare proprio un’operazione d’immagine così improbabile. Quando fu costruita la chiesetta nel più popoloso e storico quartiere occidentale di Milano, alla fine mancarono i soldi e così fu deciso che almeno in disegno lo strumento musicale a canne non sarebbe mancato, e l’affresco è ancora lì a testimoniare la verità del motto strafottente.

Mentre il malcapitato Bernardo è stato spedito a suonare l’organo di Baggio, ovvero a farsi popolo nelle periferie, i leader e capilista di Lega e Fratelli d’Italia hanno rilanciato la proposta di cancellare immediatamente le nuove piste ciclabili, già cardine della linea politica di quel che resta di Forza Italia a Milano. Bersaglio primario quelle due corsie tracciate in fretta e furia dopo il primo lockdown lungo una delle principali direttrici per il centro, nonché via dello shopping, corso Buenos Aires.

Tutto questo attardarsi su parole d’ordine da partito degli automobilisti potrebbe anche attirare consensi elettorali, ma, se fossero così consistenti, segnerebbero un ritorno alla Milano Cynar di Ernesto Calindri, impensabile a fronte dell’innata vocazione internazionale della metropoli lombarda. Oggi, nella Parigi dell’ecologista Anne Hidalgo, rieletta per aver spinto alla riconversione verso la mobilità dolce, le automobili tra un mese saranno costrette persino a rispettare i 30 chilometri all’ora. E nella competizione elettorale tra Verdi e Socialdemocratici a Berlino il tema chiave sono i tempi entro cui trasformare l’intera città in un’oasi car-free. Non a caso, l’astuto e cangiante Sala ha scelto di dichiararsi novello Verdeuropeo, a costo di rischiare anche lui l’effetto organo di Baggio.

Se poi si combina il tema dell’automobile al potenziale elettorale delle periferie, il calcolo risulta grossolano perché a lamentarsi delle nuove ciclabili e della moltiplicazione dei ciclisti sulle strade sono in prevalenza i residenti dei comuni dell’hinterland che gravitano su Milano, ma non sempre gli abitanti dei quartieri meno centrali. Anzi nella spinta complessiva alla riqualificazione delle periferie, di cui Sala si fa giustamente vanto, nonché nella vera e propria “gentrification” di nuove aree semi-periferiche, è stata decisiva la battaglia per rubare spazio alle auto con la pedonalizzazione e la ciclabilità. Agli strateghi elettorali del centrodestra milanese bastava farsi un piacevole giro la sera nel cuore di un nuovo quartiere di tendenza come NoLo, per esempio, e avrebbero capito dove abitano davvero, e in quali comuni già strappati dalla Lega al Pd votano i più incalliti suonatori di clacson ciclofobici.

Sempre guardando al deficit di cultura che ormai caratterizza troppi esponenti e militanti politici, si nota la grossolana impreparazione dei terreni di confronto. Per evitare d’imbarcarsi nella guerra delle ciclabili a Milano sarebbe bastata anche solo la rapida lettura di un agile Storia sociale della bicicletta, pubblicata dal Mulino nel 2019 e scritta da un eclettico studioso della contemporaneità come Stefano Pivato. L’altra capitale d’Italia è da sempre la città della bicicletta per eccellenza: a Milano è sorta la prima grande fabbrica di due ruote, la Bianchi; la Gazzetta dello Sport è nata (e resta grazie al Giro) come un giornale dei ciclisti; il primo grande club nazionale – e nazionalista – del tempo libero, il Touring, ha la ruota di una bicicletta nel simbolo…

L’unico personaggio storico di un rilievo che a Milano si è schierato contro questo mezzo di trasporto fu, più di un secolo fa, Benito Mussolini, quando era un socialista intransigente, direttore di un aggressivo e antiborghese L’Avanti!. Leggenda vuole che il futuro Duce abbia fatto spargere chiodi sulle strade della prima tappa del quarto Giro d’Italia per boicottare la corsa, che distraeva le energie dei giovani e del popolo dalla rivoluzione. Ma forse gli strateghi disneyani di Bernardo e del centrodestra pensano ancora di doversi disputare Milano con Pietro Gambadilegno.

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