Oggi più che mai la Pubblica Amministrazione è una risorsa strategica per la riuscita delle sfide che l’Italia si trova davanti, prima fra tutte quella del Recovery. Con un’età media di 56 anni, superiore a quella degli altri Paesi europei, e con pericolose carenze di personale, la Pubblica Amministrazione italiana da circa 15 anni è rimasta bloccata sul piano della formazione e degli investimenti, addirittura dimezzati quelli sul capitale umano.

È quasi un miracolo che il settore abbia fatto fronte alla gestione della pandemia, ora serve un cambiamento di passo. Senza una Pubblica Amministrazione efficiente il Pnrr non si attua: da qualunque punto si guardi il settore privato dipende da quello pubblico. Il primo passo deve essere aumentare l’occupazione: serve una massiccia operazione di reclutamento, non possiamo seguire un approccio “timido”, servono persone per far funzionare le cose, bisogna aumentare e ringiovanire le fila della Pa.

La Pubblica Amministrazione necessita di un cambiamento sostanziale nel modello organizzativo. Si deve passare a una logica di risultato, bisogna abbandonare i modelli piramidali: gerarchizzazione e parcellizzazione devono essere sostituite da autonomia e responsabilità. Servono banche dati, servono percorsi di formazione, sia continua che mirata, per allineare le competenze possedute a quelle richieste per la funzione, serve la valorizzazione della professione.

Un altro punto focale in questa grande operazione di “manutenzione straordinaria” del nostro settore pubblico è rappresentato dalla rivisitazione degli ordinamenti professionali e dalla riapertura delle carriere con un sistema che leghi la condizione economica e giuridica all’accrescimento delle competenze specifiche. Fino ad oggi, infatti i posti vacanti si sono coperti esclusivamente con ricorso ai pubblici concorsi, con metodi di reclutamento basati sul sapere teorico e non sul know how acquisito sul campo.

Dobbiamo riscoprire il coinvolgimento del personale. La tecnologia è ormai alla portata di tutti. Bisogna investirvi, è vero, ma la sola tecnologia, calata in ambienti che non permettono di sviluppare il maggior fattore di competitività e cioè l’uomo e le sue competenze, è destinata a produrre uomini “addestrati” nel privato e “burosauri” nel pubblico, attenti allo svolgimento della specifica mansione o all’adempimento burocratico piuttosto che alla soddisfazione del cliente e del cittadino. Senza motivazione, sviluppo, formazione e quindi investimenti sulle persone e sui modelli organizzativi, si è destinati al fallimento.

La motivazione delle persone al proprio lavoro, la capacità e l’attitudine a mettersi in gioco, risolvendo problemi e non semplicemente svolgendo esercizi, è il maggiore atout per la crescita della produttività. Accrescere il senso di appartenenza dei lavoratori e aumentare le materie oggetto di contrattazione aziendale porta a una maggiore motivazione del personale.

Infine, la semplificazione e la sburocratizzazione. Un progetto non più rimandabile: insieme alla definizione chiara dei livelli di governo tra Stato, Regioni e Comuni, occorre ridurre gli adempimenti burocratici, frenare il ricorso a una richiesta continua di documenti e favorire l’interoperabilità delle banche dati.

Non abbiamo intenzione di difendere lo status quo, che ha fatto comodo alla peggiore politica e al peggior sindacato, ma promuovere soluzioni che facciano funzionare sempre meglio il settore pubblico, perché non dimentichiamo mai che la crescita stabile della nostra economia passa per la crescita di produttività del settore pubblico e che l’articolo 98 della nostra Costituzione mette i pubblici dipendenti al servizio esclusivo della Nazione e non il contrario.

La Pubblica Amministrazione ormai da decenni vive una fase di abbandono e di sottovalutazione del suo ruolo. Si è passati dalle stagioni in cui veniva utilizzata come serbatoio elettorale o come mero contenitore assunzionale, a quella in cui è stata erroneamente considerata un costo, una spesa improduttiva, o un indesiderabile orpello che impediva il libero dispiegarsi del mercato.
Ora l’attuazione del Recovery Plan, e quindi l’utilizzo di tutte le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea, diventa l’occasione per fare giustizia su questi luoghi comuni e ridare alla Pubblica Amministrazione il ruolo che la Costituzione gli assegna.

Riteniamo però che all’interno del Recovery Plan le risorse previste siano assolutamente insufficienti e sottodimensionate, in gran parte destinate a processi di digitalizzazione, la cui realizzazione tramite le solite esternalizzazioni è tutta da verificare.

Inoltre temiamo che l’approccio sia al solito quello emergenziale e di misure tampone, strumentale per cercare di riuscire a portare a casa i progetti in tempi brevi, ma privo di una visione sistematica e organica, a regime, capace di riaffermare come la Pa sia il pilastro per il buon funzionamento del nostro Stato e della nostra democrazia. La sfida quindi è quella di rimettere al centro dell’agenda del Paese, per almeno un decennio, tutte quelle iniziative strutturali necessarie che permettano di assolvere con maggiore efficacia ed equità ai compiti ad essa assegnati.

In questa direzione ha un ruolo importante il rinnovo dei contratti di lavoro, ormai scaduti da quasi tre anni. Bisogna utilizzare pienamente questo strumento, cambiando registro rispetto al passato. Il vero punto di svolta è che bisogna passare dall’inaccettabile logica dei fannulloni e dei furbetti del cartellino, che ha permeato le azioni della cattiva politica di questi decenni, al riconoscimento pieno del ruolo e del valore del lavoro pubblico.

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