di Annalisa Rosiello*

“C’è più Spazio nella nostra vita di quanto pensiamo”. Letizia Davoli, giornalista con una laurea in astrofisica e una passione per la divulgazione dello Spazio specialmente nelle scuole, mi racconta che nella nostra vita frenetica, di solito, pensiamo allo “spazio” come al tempo di fare qualcosa, un tempo che manca sempre, soprattutto a noi donne.

Ma lei, che da donna – e da mamma – sa perfettamente che quello del tempo al femminile è un problema che nemmeno Einstein avrebbe potuto risolvere, spiega subito: “Questo è uno dei motti con cui la Nasa racconta al grande pubblico la quantità di ricadute tecnologiche che la conquista dello Spazio, la corsa alla Luna, l’esplorazione del sistema solare hanno portato alla Terra”. Si chiamano “Spin off”, proprio come gli spin off dei film diventati serie tv: prodotti progettati per un utilizzo che generano una serie – a volte infinita – di sottoprodotti. Il catalogo della Nasa ne conta più di 2000, ma solo da quando hanno iniziato a classificarli, alla fine degli anni 70. Per avere un’idea di cosa significhi per la nostra vita – spiega mostrandomi un sito della Nasa poco conosciuto ma straordinariamente esaustivo – basta guardarsi attorno nelle nostre case, nelle nostre città.

Mi fornisce una percentuale: il 70% degli oggetti che ci circondano proviene dallo Spazio. In realtà – spiega – non esistono numeri precisi, perché i dati aumentano di giorno in giorno. E poi, ovviamente, dipende dal contesto in cui si vive. Ma per chi cerca di superare indenne i ritmi di una grande o media città, lo Spazio è indispensabile. “Togliendo lo Spazio dalle nostre giornate, torneremmo nelle caverne”. Un concetto un po’ complicato da digerire, certamente iperbolico, ma Letizia mi invita a guardarmi attorno: solo sulla mia scrivania – scopro – c’è più spazio di quanto pensassi. Lo smartphone, il computer, la miniaturizzazione, i materiali, gli oggetti in stampa 3D, le intelligenze artificiali che popolano i salotti, lo stesso internet, gli occhiali con le lenti antigraffio.

Anche in cucina: integratori alimentari, il teflon, il filtro per l’acqua. La possibilità di controllare i propri elettrodomestici dall’ufficio – che diventerà poi l’Iot, apprendo con stupore – è stato sviluppato per una esigenza nata sulla Stazione Spaziale, dove gli astronauti devono poter svolgere e controllare esperimenti da ogni punto della stazione. “E ora lo usiamo per accendere il forno quando stiamo per tornare a casa, pronti ad infornare la pizza!” ride Letizia, che da brava emiliana adora il buon cibo. “E se questo non bastasse, passiamo in camera da letto: se anche non fossi totalmente innamorata dello spazio, lo diventerei per un materiale inventato per proteggere lo scheletro degli astronauti dalle forti accelerazioni in fase di decollo avvolgendone i sedili, e senza il quale non potrei vivere: il memory foam, che mi ha salvato dalla cervicale”.

Non ho ancora fatto in tempo ad assorbire questa notizia che Letizia passa alla palestra. E’ l’ultimo posto dove ci si immaginerebbe di trovare lo Spazio – sorride – invece una famosa azienda italiana ha utilizzato una tecnologia della Nasa per creare nuovi attrezzi per il fitness. Sulla Stazione Spaziale Internazionale – spiega Letizia – gli astronauti vivono in assenza di peso (non dite di gravità – si raccomanda – perché la gravità c’è, eccome!) e in questi lunghi periodi nello Spazio il corpo umano rischia gravi ripercussioni muscolari e scheletriche, perché si galleggia h24. I muscoli, le ossa servono a poco, e piano piano perdono massa e funzionalità. E il ritorno sulla terra, con il ritorno del peso, è un enorme stress.

Così le agenzie spaziali che hanno dato vita al progetto della Stazione Spaziale – Nasa, Esa, Roscosmos (Russia), Jaxa (Giappone) e Csa (Canada) – hanno scritto protocolli di allenamento nello Spazio a cui ogni astronauta deve sottoporsi per più ore al giorno per mantenere l’organismo in piena efficienza, utilizzando attrezzi pensati ovviamente per lo spazio, “dove i pesi – scherza sul gioco di parole – non hanno peso! Non solo. Nello spazio lo spazio è limitato – altro gioco di parole! – sorride spiegando che la Iss non è enorme. Ecco allora che gli ingegneri Nasa hanno inventato tecnologie che riuniscono più attrezzi in uno: oggi tutto questo è nei centri sportivi che frequentiamo ogni giorno.

C’è poi l’immenso capitolo della medicina: la telemedicina è nata per gli astronauti della missione Apollo, i cui parametri vitali erano seguiti e controllati attimo per attimo da Houston. E alla medicina, dalla ricerca sui tumori alle malattie neurodegenerative, anche oggi sono dedicati la maggior parte dei progetti sulla Stazione Spaziale. Perfino il braccio robotico collocato all’esterno della Iss, il Canadarm2, ha i suoi spin off. E che spin off! – dice Letizia. Il Canadarm2 è il papà della chirurgia robotica di precisione. Ma l’elenco è lunghissimo e comprende anche lo studio dell’Universo e le missioni nel Sistema Solare: molti degli strumenti progettati per le sonde che hanno studiato Giove, Saturno, le comete, o dei rover che oggi sono su Marte, sono utilizzati sulla Terra per scopi diversissimi, dalla geologia all’ortodonzia.

Infine, uno sguardo al mondo dei satelliti. Forse questo è il più intuitivo: proviamo a pensare come sarebbe la nostra vita senza il gps, le previsioni meteo, il traffico dati o le tv via satellite, il controllo del territorio, la gestione delle calamità naturali, solo per dirne alcuni. Non si tratta di brevetti, ma di un vero e proprio business legato allo Spazio e alle attività spaziali. Una realtà che oggi fattura più di 400 miliardi di dollari, una cifra che – secondo le agenzie internazionali – lieviterà in 10 anni ad oltre 1000 miliardi. Si chiama Space Economy: un settore legato a doppio filo con il nostro benessere, con l’economia, con il lavoro, con lo sviluppo di un paese, con il futuro dei nostri figli. Che è già iniziato: ma forse, non tutti lo sanno.

* Curatrice di questo blog (qui il mio cv). Questo articolo è frutto di una conversazione con Letizia Davoli, giornalista scientifica e laureata in astrofisica, co-fondatrice di Space is Cool, associazione no profit di divulgazione dello Spazio per il mondo della scuola. Letizia è anche consulente scientifica di progetti di divulgazione nazionali e internazionali.

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