di Riccardo Mastrorillo

19 giugno 1901, 120 anni fa nasceva a Torino Piero Gobetti, a 17 anni già studente universitario fonda la sua prima rivista Energie Nove, collabora con L’Unità di Gaetano Salvemini e dialoga già con i maggiori esponenti della cultura filosofica, politica e sociale dell’epoca. Morirà a 24 anni in esilio in Francia, provato dalle aggressioni fasciste. Nella sua breve esistenza fu scrittore, pubblicò 9 libri, fu editore e fondò tre riviste: Energie Nove, La rivoluzione liberale e Il Baretti.

Basta solo questo per fare di lui un intellettuale precoce e geniale, una figura esemplare per la cultura italiana. Nel leggere i suoi scritti non possiamo esimerci da un senso profondo di ammirazione per un uomo che in soli 5 anni ha prodotto e promosso cultura politica e filosofica, più di tanti, ben più conosciuti e apprezzati italiani, messi insieme. Non è solo quell’esaltazione romantica del giovane coraggioso, che parte volontario per la prima guerra mondiale e che si scaglia indomito e quasi solitario contro il regime fascista, subendone impavido le brutali aggressioni. È una figura fastidiosa, perché nella sua critica profonda dell’arretratezza culturale italiana mette in luce non tanto i limiti e le storture della nascente dittatura, ma evidenzia le ragioni, scomode e inesplorate, della quasi totale assenza di un’opposizione a quel regime.

Nel corso degli anni sono in tanti ad averne strumentalizzato il pensiero e la cultura, brutalizzandolo anche da morto, noncuranti e ignavi del suo insegnamento morale. La destra conservatrice ha tentato, e tenta in tutti i modi, di negare il suo liberalismo; la sinistra reazionaria e dogmatica ha cercato, e cerca tuttora, di appropriarsi di questa figura, con l’unico scopo di farne una sterile icona di spettrali ideologie.

Per noi resta un esempio, di intransigenza, di lucidità, di prematura saggezza, ma soprattutto una guida illuminante nell’inadeguata oscurità culturale del nostro paese. Vorremo sapere: quanti giovani senza una famiglia facoltosa alle spalle sono riusciti a mettere in campo la sua capacità imprenditoriale? Già in questo dimostrandosi testimone assoluto ed esempio irraggiungibile.

Il 26 marzo del 1922, sul sesto numero di La rivoluzione liberale scriveva: “Scrive Ubaldo Formentini nella Rivista di Milano un poderoso studio, Le nuove fasi del diritto pubblico dopo la guerra. ‘Le forze che si classificano genericamente sotto il concetto di libertà non cesseranno mai, noi crediamo, di operare nel mondo, non saranno mai in senso assoluto né vecchie né nuove; sono un elemento eterno del fatto politico. Soltanto, per il breve spazio storico a cui si restringe la nostra veduta, a questo riferendo le nostre previsioni, stimiamo che quelle forze abbiano cessato di operare come elementi conservatori e si ridestino invece come forze rivoluzionarie’. Ora il liberalismo non è mai stato conservatore. Il liberalismo soddisfa l’esigenza conservatrice creando un governo, ma per arricchire la spiritualità della vita sociale non può agire che come forza rivoluzionaria, come opposizione ai falsi realismi, alle idolatrie dei fatti compiuti. La funzione del liberalismo è mancata il giorno in cui ha dovuto assumere una responsabilità di governo senza e contro il popolo. In questo senso la condizione per la nuova affermazione liberale sarà realizzata nell’equivoco del governo socialdemocratico. Il liberalismo può estrinsecare la sua capacità creativa di uno Stato soltanto attraverso un autonomo processo di disciplina libertaria“.

Basterebbe solo questo per rendere giustizia alla sua controversa collocazione culturale. Il suo liberalismo è fondato intransigentemente su un unico valore: la libertà. La ricerca della libertà lo porta ad analizzare e a promuovere il conflitto come strumento irrimediabile dell’individuo per la conquista della propria libertà. Non ha fatto sconti alla classe dirigente sia essa di governo, che di opposizione; nella sua valorizzazione della filosofia (ci tiene a definirla così, mettendo in guardia dal confondere il filosofo Marx con un economista) marxista, non vi è alcuna condivisione politica, e lo scrive talmente spesso che ci appare disgustoso il tentativo dei reazionari e dei comunisti di definirlo “marxista”.

Nella conclusione di un suo famoso brano pubblicato il 2 novembre del 1922 sul numero 32 de La rivoluzione liberale scriveva: “Resteremo al nostro posto di critici sereni, con un’esperienza di più. Attendiamo senza incertezze, sia che dobbiamo assistere alle burlette democratiche sia che dobbiamo subire le persecuzioni che ci spettano”. A quelle parole, da tanti riprese ed enfatizzate, “al nostro posto”, ho sempre dato una seconda interpretazione. Piero Gobetti è rimasto e rimane anche oggi fermo e intransigente, anche “al posto nostro”.

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