Si può essere felici se perdi, ma vinci lo stesso.

“Non andartene, docile, in quella notte buona…”, scriveva Dylan Thomas, il nostro grande poeta, infatti ce ne siamo andati in giro per Roma fieri e orgogliosi, mica docili come pecorelle, la vostra Squadra Azzurra ci ha sconfitto, ma di misura, e con un uomo in meno siamo riusciti a non incassare altri gol. Siamo passati anche noi ai quarti di finale, quando nessuno ci riteneva capaci di farlo. Pure cinque anni fa in Francia ci pigliavano in giro, “dalla Svezia alla France/il Galles non ha chance…”. Siamo arrivati in semifinale.

Gareth Bale, il nostro fuoriclasse incompiuto, fu la star. Il tempo ci lasciava “giocare tutto d’oro” (ancora Dylan Thomas). Cantavamo, allora “Coleman had a dream”, l’inno del tifo in onore del nostro cittì Chris Coleman da Swansea (guarda caso, dove è nato Thomas…), la musica era stata rubacchiata da un vecchio disco dei Beach Boys, “Sloop John B”, i Dreigiau – i Dragoni gallesi – incutevano timore, rispetto, ammirazione per il loro gioco corale, un po’ come succede adesso con la vostra nazionale che sembra un coro, diretta dal maestro Mancini. L’unità fa la forza. La coesione aggiunge coraggio.

Ogni nazionale di calcio è un messaggio al mondo. Il vostro Pier Paolo Pasolini sosteneva che il calcio è l’ultimo rito moderno. Il sociologo Jean-Marie Brohm lo definisce “peste emozionale”. Da noi, in Galles, il calcio è al centro di tutto: dall’arte alla politica. Dalla filosofia alla matematica, alla fisica, alla balistica. Ma soprattutto è al centro delle nostre scienze umane. Tre milioni di gallesi nella misericordia dei propri mezzi, cercando di capire il mistero di questo gioco, che in fondo rappresenta il mistero della vita e della morte, dell’amore e dell’odio, del tempo e della memoria. Dell’occasione, cioè del momento opportuno – i greci chiamavano questa situazione kairos – che esige, lo ha affermato il filosofo Vladimir Jankelevitch (scomparso nel 1985), autentico numero 10 del pensiero calcistico, “volontà ispiratrice”. Il gol. Come. Quando. Spesso, si segna una rete senza sapere come ci siamo riusciti. Non è necessario. E’ l’istinto. Il destino.

Il calcio è arte, avventura, caos, incertezza. Almeno, così la pensiamo noi gallesi, che abbiamo una lingua molto più difficile di un dribbling. Can’t take my eyes off you. Non togliermi gli occhi di dosso, cantava Frankie Valli nel 1990, al tempo in cui al Mondiale non c’eravamo (siamo stati assenti dalle grandi competizioni per 58 anni, prima di arrivare agli Europei del 2016!).

Beh, quella canzone l’hanno ripresa i fans della nostra nazionale. E ora ne abbiamo una nuova, l’ha composta Mike Peters, il frontman dei The Alarm, una leggenda del nostro rock: “Veniamo dalle valli, siamo rossi bianchi e verdi/Insieme siamo più forti/Sosteniamo la nostra squadra/Non verremo mai fermati/Siamo la Red Wall of Cymru”. Cymru, ossia Galles in gaelico, si pronuncia Camri, per essere precisi.

Ma è simpatico pure il motivetto in gaelico Ny Fidd y Wal di Yws Gwynedd, un cantante e presentatore tv. L’aveva composto un anno fa, poi l’Euro 2020 è saltato per il Covid, lui l’ha riproposto in questi giorni, la Bbc locale ha mandato in onda il video (si trova su YouTube), è molto divertente, ironico, quasi una favoletta: la morale è che dobbiamo restare sorridenti comunque, qualunque cosa accada, quello che conta è provarci, è impegnarsi, è sognare.

Mike Peters, per esempio, soffre di leucemia, sua moglie Julen ha avuto qualche anno fa un tumore ma la tempestiva diagnosi e le ottime cure l’hanno guarita. Lui, allora, ha messo in piedi la fondazione Love Hope Strenght (amore, speranza, forza) per aiutare i malati di cancro coi migliori specialisti, è andato in cerca di contributi camminando a piedi per 177 miglia lungo la Offa’s Dyke, il confine che separa il Galles dall’Inghilterra, alla Bbc ha spiegato che con The Red Wall of Cymru ha voluto celebrare il Galles, il pallone, la musica e i tifosi che lottano contro il cancro, “una questione umana che ci coinvolge tutti”.

Tifoso “appassionato da una vita”, ritiene che l’inno nazionale gallese “sia la più grande canzone pop che non è mai stata pubblicata. Così, ho cominciato da lì. Dal ricordare le nostre glorie e dall’immaginare un eccitante futuro”. La canzone è stata registrata nei mitici Rockfields Studios, in una fattoria con stalle poco fuori Monmouth, un paesino della nostra magnifica campagna, il primo studio-residenza discografica indipendente al mondo (nato nel 1965) ancora in attività, grazie ai fratelli Kingsley e Charles Ward. Un’oasi di pace, natura, ispirazione, libertà. Fuga dalle città. Meta dei Black Sabbath che vi registrarono Paranoid. Dei Queen. Di Robert Plant. Di Iggy Pop, di David Bowie. Dei Simple Minds. Di Bob Dylan. Di Bono. Di Neil Young e Bruce Springsteen. Qui è stata scritta la storia della musica rock. “Studio on the farm”.

Mike ha coinvolto i cori di Benji Webbe degli Skindred, gli ottoni dei Pumpers, l’aiuto nei testi di Bryn Law. Insomma, un’opera corale, “come il gioco del nostro Galles”.

Ed è nelle dediche che il sessantaduenne Mike Peters dimostra come calcio e sentimenti siano intimamente connessi. Ecco Rhian Davies (e famiglia), nipote di un celebre portiere della nazionale gallese scomparso quest’anno. Charlotte Williams, transgender dichiarata che vuole celebrare la diversità della Red Wall. Brad Evans, proprietario della bandiera del Llandudn Junction, che da dieci anni non ha mai perso una partita dei Dragoni. Begw Elan e Nantille Vale, due giovanissimi giornalisti di sedici anni della The Ardal League. Anwen&Rhodri Charles di Cardiff, cinque anni fa seguirono la partita del Galles contro il Belgio portando la figlioletta di sei mesi allo stadio. Ora si sono portati dietro il secondo figlio, di un anno. Steve Ward, che dal 1997 va in trasferta col Galles, ovunque nel mondo e ha appena compiuto 50 anni.

Il popolo Welsh percorre strade magari sventate, ma con struggente entusiasmo, tra il mare e il fossato del confine: “Finché l’Inghilterra ‘migliore del mondo’ non si qualifica, sono raggiante perché invece ce l’ha fatta la squadra più disprezzata”, ha scritto sul web Annie Gymraeg. La forza che premendo lungo la verde miccia spinge il fiore (amo e quindi cito Dylan Thomas).

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