di Gianluca Pinto

Una enorme novità mai vista nel panorama italiano ci si presenta davanti agli occhi. Il Partito Democratico deve decidere se spostarsi al centro o meno. Un copione originalissimo e mai recitato. Avrei veramente bisogno di capire le delimitazioni geografiche di questo “centro”, dato che sono ormai trent’anni che quella che era la sinistra si continua a spostare al centro (perdendo volutamente, con costanza e lavoro certosino, i pezzi di sinistra).

Ma questo centro avrà qualche delimitazione? Non riesco proprio a comprendere. Capiterà mai che dopo trent’anni di sgraziate mosse da sinistra verso questo mitico “centro” qualcuno si chieda se l’area del centro è infinita e onnicomprensiva, come la sostanza divina oppure se è in continua espansione (come l’universo e come la stupidità umana ma, come disse Albert Einstein “della prima non ne sono sicuro”) oppure se l’area di centro, magari, ha una dimensione più o meno definita e siamo già in un campo che è a destra del centro? Perché mi parrebbe di capire che ci sia una teoria per cui ci si possa spostare verso il centro in eterno.

In questo dubbio amletico ci viene in soccorso la nuovissima tesi del “blocco riformista“, perché ci fa capire dove stia il problema, ossia non “in re”, ma nel “de re”. C’è una spinta affinché il Pd crei un blocco “riformista” (con Italia Viva, Calenda eccetera). Il punto è proprio nell’aggettivo “riformista”. Premetto, per chiarire, che non sto auspicando che il Pd si allei con il M5s o con IV e, in questo scritto, non sto intervenendo a favore di questa o quella forza politica. Sto solo facendo una riflessione sullo stato di salute delle definizioni politiche in Italia, che oggi come oggi, non mi paiono in buone condizioni.

Da troppo tempo ormai si sente parlare di “riforma” come sinonimo di un generico “cambiamento” nelle leggi. Il concetto di riforma, in teoria, avrebbe in sé una direzione intesa nel verso di un allargamento dei diritti o un miglioramento delle condizioni delle classi “non padronali”. Oggi con la parola “riforma”, invece, si intende anche quella che in periodi con miglior proprietà di linguaggio si chiamava “contro-riforma”, ossia qualcosa che toglie o limita o diminuisce, ad esempio, l’allargamento dei diritti (o che vanifica ciò che una riforma aveva portato). Sempre grazie ad un fondamentale ventennio di sproloqui e di trasformazione (in peggio) del lessico, lo stesso processo coinvolge le definizioni di orientamento politico.

Oggi il blocco riformista è un blocco che può tranquillamente fare riferimento a Confindustria (quelli del Job’s Act e altre allegre amenità per intenderci), che una volta poteva benissimo essere collocato in un blocco “conservatore”. Anche la “sinistra radicale” ha un riferimento che dire risibile è poco, perché è tragico. Oggi alcuni definiscono quella di Bersani (di cui ho gran rispetto) “sinistra radicale”. In questa definizione riconosco comunque la fantasia e la creatività.

Grazie alla manipolazione linguistica dunque – e anche grazie all’oscuramento delle istanze di sinistra gestito dai media (non sto parlando solo delle piccole formazioni politiche, ma sopratutto delle istanze) – senza che ce ne siamo resi conto, ci troviamo a descrivere, con le stesse parole di prima, una politica rappresentativa totalmente diversa e spostata a destra. Guarda caso chi ci ha rimesso in tutto questo è proprio chi ha la necessità di un baluardo contro i soprusi del neo-liberismo.

Il problema ora è: visto il deserto della rappresentanza a sinistra e il sovraffollamento presente dal centro verso destra, è chiaro che in quest’ultimo ambito le forze si debbano in qualche modo contraddistinguere. Come lo fanno? Andando in modo diverso verso il centro? Improbabile e controproducente data l’indefinibile ammucchiata padronale che costituisce il “centro”. Lo fanno, come vediamo, andando a destra. Il panorama è desolante e abbastanza inquietante visto che lo spazio, mentre a sinistra è chiaramente scomparso, a destra continua a dilatarsi.

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