Per i ragazzi delle carceri minorili, Tupac è un’icona. Una figura mitologica come Maradona, Bruce Lee, Scarface, Padre Pio. Non importa che sia morto parecchi anni prima della loro nascita, non importa che molti di loro non abbiano mai sentito una delle sue canzoni. La bandana annodata sulla fronte, il dito medio alzato, il “Fuck the world” urlato sorridendo fanno parte del loro immaginario collettivo in modo indelebile, e gli anni sembrano rafforzare anziché sbiadire questo ruolo.

Quando tengo i miei laboratori di scrittura dietro le sbarre, ho quindi l’abitudine di citare ‘Pac molto spesso, specie considerando che anche lui è stato detenuto, e in cella ha scritto alcune delle sue liriche più importanti. Quando lo faccio, gli occhi si accendono, l’attenzione si fa totale. Una volta un ragazzo mi interruppe, raggiante, per farmi vedere il tatuaggio sull’addome: sotto un paio di cicatrici sfrangiate (che potevano essere o non essere vecchie coltellate) si leggeva, con tratto incerto ma ortografia ineccepibile, un grosso THUG LIFE: appunto lo stesso tatuaggio di Shakur.

Tatuarsi è uno dei passatempi preferiti dei giovani reclusi. Il problema è che viene fatto con strumenti di fortuna e, ovviamente, dai ragazzi stessi. Quindi non c’è né la sterilità di un laboratorio professionale né la stessa garanzia di un risultato esteticamente accettabile. Le braccia e a volte anche la faccia di chi si tatua in prigione assomigliano a un foglio scarabocchiato a pennarello, il che crea dei grossi problemi a chi, una volta libero, ha la necessità di rendersi “presentabile” per un lavoro o un’opportunità di qualsiasi tipo.

Ma mettermi a fare la predica in quel momento avrebbe ammazzato l’entusiasmo del giovane che avevo di fronte, e del resto un segno sull’addome – anche se mal fatto – è un problema minore che avere lo stesso segno sulla fronte. Quindi ho sorriso, ho annuito e gli ho chiesto: “Bello, ma sai che cosa significa?” “Certo! – mi ha risposto subito – Significa vita dura, vita criminale!” “Hai ragione, ma c’è anche un significato nascosto e più profondo…” e gli ho raccontato l’acronimo T.H.U.G.L.I.F.E. così come lo spiegava lo stesso Tupac: The Hate U Give Little Infants Fucks Everybody, l’odio che date ai bimbi piccoli fotte tutti. Da quel momento, il mio nuovo amico è stato ancora più fiero della scritta sulla sua pancia, che ha acquisito un significato fortissimo in quel luogo, dove ragazzi spesso poco più che bambini combattono con l’odio dato e ricevuto per la maggior parte della loro giovane vita.

In questi giorni di metà 2021 in cui Tupac Amaru Shakur compirebbe cinquant’anni, mi ritrovo spesso a chiedermi cosa direbbe delle nuove e antiche questioni sociali che ancora ci accompagnano. Mi chiedo cosa direbbe ai miei ragazzi rinchiusi, che parole sceglierebbe per motivarli e incoraggiarli a non arrendersi. Lui che in soli 25 anni su questo pianeta ha tracciato un percorso che va dalle Black Panthers al gangsta rap, dalla poesia performativa alla passerella delle sfilate di Versace, attraversando buona parte della cultura popolare e della politica della fine del ‘900.

Quando, al minorile, ci sediamo di fronte allo schermo a guardare i suoi videoclip, il primo è immancabilmente “Dear Mama”, dedicato appunto alla madre Afeni Shakur. Una canzone che ne celebra la forza e del coraggio (Afeni è stata una militante del Black Panthers Party e per questo è stata detenuta a sua volta) ma anche le cadute e la tossicodipendenza. Una storia famigliare in cui alcuni dei detenuti si possono rispecchiare in prima persona, e di cui tutti apprezzano la carica straordinaria di realtà. Buon compleanno Tupac Amaru Shakur. 16 giugno 1971 – 16 giugno 2021 – ∞

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