“Poteva esplodere” il pacco pieno di polvere pirica e bulloni, collegato a dei fili, piazzato sull’auto di Marco Doria, il presidente del Tavolo per la riqualificazione dei parchi e delle ville storiche di Roma nominato dalla sindaca Virginia Raggi. La macchina, una Smart, era parcheggiata in modo anomalo di fronte a un bar in via Ferrari, in zona Prati, a Roma: la strada era stata transennata dalla Polizia nel pomeriggio. Sul posto erano giunti i vigili del fuoco, alcune autoambulanze e gli artificieri, e la polizia aveva fatto allontanare i passanti per verificare il mezzo sospetto.

Doria aveva denunciato di essere stato oggetto di continue minacce da quando, due anni fa, era stato scelto per occuparsi del verde pubblico romano. In un’intervista del settembre 2020 all’edizione romana di Repubblica diceva di essere stato “messo nel mirino” per “aver trovato tante cose che non funzionano nella gestione del verde capitolino. Era in stato di abbandono. Troppe irregolarità. Le ho evidenziate a chi di dovere e così è iniziato il mio incubo. A qualcuno non va giù il mio lavoro”, si sfogava. Denunciando che i suoi nemici erano “arrivati persino a uccidermi un cane, lanciando un wurstel pieno di chiodi nel mio giardino”.

“Tra luglio e settembre – aggiungeva – c’è stata un’escalation. Hanno aperto la macchina e frugato tra le mie carte, hanno lasciato un proiettile calibro 38 con la punta intagliata a croce in auto. Hanno provato a dare fuoco a casa mia piazzando inneschi qui e lì in giardino. Ho trovato persino una cimice artigianale in auto. Ora basta. Ho paura, non ho neanche visto mia figlia quest’estate”. Dichiarazioni che assumono un nuovo valore alla luce dell’ordigno ritrovato oggi. Doria spiegava di aver denunciato “discariche abusive nel cuore di Villa Pamphilj, immobili di pregio occupati da custodi ormai in pensione, danneggiamenti a statue e fontane, rattoppi da due lire fatti pagare a tutti i romani migliaia di euro. Evidentemente – concludeva – non me l’hanno perdonato”.

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