Dovevano pagare di più, potrebbero pagare di meno. Più passano i giorni e più si studiano le (poche) sudate carte, più l’accordo sulla tassazione delle multinazionali raggiunto durante il G7 di Londra, mostra tutte le sue debolezze. Ben lontano da quella “svolta epocale” con cui molti leader hanno salutato l’intesa. Prima è emerso che Amazon sarebbe esente da qualsiasi aggravio di prelievo fiscale. Ora una simulazione condotta da TaxWatch mostra come con le nuove regole, i colossi statunitensi del web Google, Ebay, Amazon e Facebook pagherebbero in Gran Bretagna meno tasse di quanto versano oggi. Questo perché il nuovo regime potrebbe, come chiesto dagli Stati Uniti, andare a sostituire le digital tax attualmente applicate in diversi paesi tra cui Italia, Francia e, appunto, Inghilterra. Nello specifico in Gran Bretagna è previsto un prelievo del 2% sui ricavi che superano i 25 milioni di sterline (29 milioni di euro) generati da servizi offerti su social media, motori di ricerca, marketplace. La versione italiana è simile ma con aliquota al 3%. Per ora ha prodotto un gettito inferiore alle stime che potrebbe però prosciugarsi ulteriormente con l’entrata in vigore del nuovo regime.

Tolta la digital tax i quattro giganti del web potrebbero risparmiare in Gran Bretagna 232 milioni di sterline (270 milioni di euro). La sola Google verserebbe al fisco britannico circa 160 milioni di sterline (185 milioni di euro) in meno. Il prelievo a carico di Facebook scenderebbe da 49 milioni a 28 milioni di sterline (32 milioni di euro), quello di Ebay da 16 a 3,8 milioni (4,4 milioni di euro). Amazon merita un discorso a parte. Oggi il colosso dell’e-commerce paga al fisco britannico 50 milioni di sterline di digital tax. Il gruppo potrebbe invece sfuggire completamente al nuovo prelievo in quanto i suoi margini di profitto (la quota di guadagno sui ricavi) sono relativamente bassi. La sola divisione Amazon Web Service, che vende spazi e servizi cloud, è però una macchina da utili con margini molto elevati. Potrebbe diventare tassabile nell’ipotesi in cui le nuove regole si applicassero anche anche a singole divisioni, opzione che è ancora oggetto di discussione. In tal caso Londra incasserebbe 10 milioni, un quinto del gettito precedente

Per capire come si arrivi a questi risultati paradossali è necessario ricordare alla struttura dell’accordo discusso e approvato al vertice G7. L’intesa si basa su due pilastri. Il primo è quello più noto e pubblicizzato: un’aliquota globale minima del 15% che ha l’obiettivo di scongiurare il ricorso ai paradisi fiscali. In sostanza se un paese applica un prelievo sui profitti societari inferiore al 15% (ipotizziamo il 7%), il paese di residenza della multinazionale può riscuotere la quota rimanente (nell’ipotesi l’8% mancante). Avrebbe quindi poco senso spostare gli utili nei paesi con aliquote particolarmente favorevoli. Ma tutti i giganti del web hanno sede negli Stati Uniti, quindi il gettito aggiuntivo non riscosso finirebbe nelle casse del tesoro americano. In Gran Bretagna (come in Italia, Francia, Germania etc) non resterebbe niente.

Il secondo pilastro è un poco più complicato. Interessa solo i gruppi che hanno un margine di profitto superiore al 10% (significa che i loro profitti valgono più del 10% dei loro ricavi). Il 20% dei guadagni che eccedono questo 10% possono essere tassati nei paesi in cui le società hanno i loro consumatori applicando le locali aliquote sui profitti di impresa. Esempio per provare a chiarire: una società con ricavi per 10 miliardi di euro e utili per 2 miliardi ha un margine di profitto del 20%. La quota che eccede il 10% vale un miliardo di euro. Sul 20% di questa cifra, ossia 200 milioni, la Gran Bretagna potrebbe applicare la sua tassa del 19,7% ricavando 39,4 milioni. Nel caso ad esempio di Google, eliminando la sua digital tax, Londra perderebbe 219 milioni di sterline. Tassando al il 19,7% il 20% dei profitti di Google che superano il 10% dei ricavi incasserebbe invece 60 milioni.

I termini dell’accordo sono stati fortemente criticati da esperti ed economisti come Gabriel Zucman, Thomas Piketty o Richard Murphy per diverse ragioni. La prima è che l’aliquota globale del 15% è bassa. Il prelievo medio nell’area Ocse è del 25%. Gli Stati Uniti avevano proposto il 21% ma l’Europa ha chiesto uno “sconto” per avvicinarsi ai prelievi praticati nei suoi paradisi fiscali, come ad esempio l’Irlanda che tassa gli utili al 12,5%. La segretaria al Tesoro americano Janet Yellen è stata abile nello spostare l’attenzione su questo primo punto per guadagnare terreno sul secondo, più importante, aspetto della riforma. Chiedendo l’eliminazione delle web tax e inserendo il paletto dei margini di profitto, gli Usa hanno infatti ceduto pochissima base imponibile agli altri paesi e hanno tutelato i propri campioni nazionali.

Uno a zero per gli Stati Uniti e palla al centro. L’accordo è ancora oggetto di trattative, e il finale di partita verrà forse fischiato nel vertice G20 del prossimo 9 e 10 luglio. Oggi la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha affermato che “L’Unione europea non intende tornare indietro sulla tassazione dei gruppi digitali per il semplice motivo che ‘non c’è contraddizione tra la tassa sulle grandi imprese e quella digitale, ma si tratta di imposte complementari” precisando che l’imposta digitale nella Ue ‘non sarà discriminatoria e non ci sarà una doppia tassazione’. Il presidente Ue Charles Michel ha dichiarato, nella conferenza stampa di presentazione delle posizioni dell’Unione sulla riunione del G7, che ‘spetta agli Stati membri Ue valutare la strada da percorrere per quanto riguarda le imposte digitali nazionali alla luce dell’accordo raggiunto dai ministri finanziari del G7″.

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