Un punto di svolta per i negoziatori, un accordo al ribasso per le organizzazioni non governative. L’intesa politica raggiunta dal trilogo – Commissione, Consiglio e Parlamento europeo – sulla rendicontazione pubblica Paese per Paese dei profitti realizzati e delle tasse pagate dalle multinazionali, dopo il via libera da parte dei ministri Ue dello scorso febbraio, fa discutere perché elude le questioni più spinose: elevata soglia di fatturato, paradisi fiscali dibattuti, limitata disaggregazione dei dati, possibilità di omissione di informazioni. Insomma, tanti proclami e poca sostanza, come nel caso dell’accordo al G7 sull’aliquota minima globale che si intreccia a doppio filo con il tema della trasparenza sui conti dei grandi gruppi.

L’accordo che lascia fuori Cayman e Bermuda – La proposta di direttiva su cui hanno trovato un accordo i rappresentanti della presidenza portoghese del Consiglio europeo e la squadra negoziale del Parlamento prevede che le imprese multinazionali o le imprese autonome con ricavi consolidati complessivi superiori a 750 milioni di euro in ciascuno degli ultimi due anni consecutivi – condizione che escluderebbe dalla normativa il 90% delle multinazionali – debbano rendere pubbliche le informazioni sull’imposta sul reddito in ciascuno Stato membro e in ciascun Paese extra-Ue inserito per almeno due anni consecutivi nelle liste nera e grigia dei paradisi fiscali dell’Unione. Queste liste, continuamente riviste (14 revisioni negli ultimi 4 anni) rendendo così inefficace ogni attuazione degli obblighi di segnalazione, contengono attualmente 21 Paesi: tra questi non figurano le Isole Cayman, le Bermuda, le Isole Vergini britanniche e altri paradisi fiscali riconosciuti invece dalle istituzioni internazionali.

I dettagli – Al fine di evitare oneri amministrativi ritenuti “sproporzionati” dalle autorità europee, e limitare le informazioni comunicate a quanto strettamente necessario per consentire un effettivo controllo pubblico, la direttiva prevede un elenco completo e definitivo di informazioni da comunicare, che dovranno essere trasmesse entro dodici mesi dalla data di chiusura del bilancio. Tra queste non ci saranno le operazioni infragruppo. La direttiva stabilisce inoltre le condizioni alle quali un’impresa potrà ottenere di differire la comunicazione di determinati elementi fino a cinque anni, a causa di svantaggi economici potenzialmente derivanti dalla pubblicazione. E stabilisce inoltre su chi andrà a ricadere la responsabilità effettiva di garantire il rispetto dell’obbligo di comunicazione. Gli Stati membri avranno diciotto mesi per recepire la direttiva nel diritto nazionale. Quattro anni dopo la data del recepimento, la Commissione presenterà una relazione sull’applicazione della direttiva. Il testo, concordato in via provvisoria, sarà trasmesso agli organi pertinenti del Consiglio e del Parlamento europeo: in caso di approvazione, il Consiglio adotterà la sua posizione in prima lettura sulla base del testo concordato. Il Parlamento europeo dovrebbe quindi approvare la posizione del Consiglio e la direttiva sarà considerata adottata. Di norma, i compromessi raggiunti nei negoziati di trilogo vengono approvati senza sostanziali emendamenti.

Oxfam: “Sotto le aspettative” – Le organizzazioni non governative e sindacali europee sottolineano come oltre tre quarti dei paesi extra-Ue restino fuori dagli obblighi di rendicontazione pubblica sulla tassazione societaria, non essendo inseriti nelle liste dei paradisi fiscali stilate a livello comunitario. Secondo Oxfam Italia l’accordo è un passo in avanti ma non ancora sufficiente per poter parlare di una vera trasparenza fiscale per le mega-corporation. “E’ purtroppo al di sotto delle aspettative”, ha commentato Misha Maslennikov, policy advisor di Oxfam Italia sui dossier di giustizia fiscale. “La disaggregazione dei dati non riguarda tutti i Paesi ma vale solo per gli Stati membri e i Paesi extra-Ue, inseriti per almeno due anni consecutivi sulle deboli liste nera e grigia dei paradisi fiscali dell’Unione. Per oltre tre quarti dei Paesi del mondo i dati potranno essere rendicontati in forma aggregata, offrendo alle multinazionali ampie opportunità di fare ricorso a pratiche elusive e ai paradisi fiscali. In nome della tutela del segreto commerciale, l’accordo prevede inoltre la possibilità di omettere dalle rendicontazioni, senza vaglio preventivo delle autorità fiscali, alcune informazioni societarie relative a una o più giurisdizioni fiscali. Le informazioni omesse – di per sé indesiderabili – potrebbero rimanere tali fino a cinque anni, un tempo davvero eccessivo per il profilo di sensibilità di qualsiasi informazione commerciale”.

Il negoziatore S&D festeggia Ibán García del Blanco, eurodeputato S&D e negoziatore per il Parlamento, si è invece espresso con soddisfazione per l’accordo raggiunto dopo cinque anni di “resistenze di alcuni governi Ue” e “il rifiuto da parte del Consiglio della nostra richiesta per una rendicontazione Paese per Paese a livello globale e su base disaggregata“: “L’accordo che abbiamo raggiunto rappresenta davvero un punto di svolta verso una maggiore e migliore trasparenza delle società e contiene importanti progressi. Siamo riusciti a inserire l’obbligo di dichiarare il numero dei dipendenti a tempo pieno e tutte le proprie filiali e controllate. Ciò renderà più difficile per le imprese confondere le carte e celare le proprie reali attività nei vari Paesi. Abbiamo previsto una chiara clausola di revisione per proseguire nel solco dell’impegno per una pubblicazione delle informazioni in forma disaggregata e limitare l’effetto della clausola di salvaguardia, che consente alle imprese di evitare la rendicontazione per proteggere i propri interessi commerciali. Sicuramente in futuro riusciremo a rendere le norme ancor più efficaci. Per dare più forza al controllo e al giudizio pubblico, i dati dovranno essere pienamente disponibili e facilmente accessibili. Abbiamo lottato e ottenuto che i dati siano disponibili in forma gratuita, in un formato aperto e standardizzato”.

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