Il governo israeliano che si installerà fra pochi giorni è un fenomeno unico e particolare nella storia politica del Paese. Non si tratta di una coalizione di unità nazionale, né di un governo di emergenza, ma è frutto della consapevolezza di destra, sinistra, centro e – per la prima volta – anche di una parte degli arabi israeliani.

La consapevolezza è netta e chiara: Benjamin Netanyahu non può più governare il Paese e la sua lunga permanenza al potere ha creato danni economici, strategici, politici e culturali. Egli ripete da giorni e senza tregua che il nascente governo è di sinistra. Non dico che questa sia una clamorosa bugia, mi limiterò a definirla “una cosa molto lontana dalla verità”.

Il nuovo premier, Naftali Bennett, viene dalle fila del movimento religioso nazionale ed è un uomo di estrema destra. Avigdor Liebermann, futuro ministro del tesoro, vive in una colonia e pure lui, senz’ombra di dubbio, è un uomo di destra. Ghidon Saar, membro del Likud fino a un anno fa, è capo di un partito fondato da lui stesso. L’artefice del nuovo governo, Yair Lapid, è un uomo di centro che con tanta pazienza ha lavorato per poter sostituire Netanyahu e mandarlo a casa.

Cosa accomuna questi personaggi, poco noti ai lettori e lettrici italiani? Che tutti hanno lavorato con Netanyahu, e da lui sono stati umiliati, traditi politicamente e usati senza rispetto, umano e politico. Di recente il premier ha commesso un errore madornale, per lui e il Likud. Lui che per anni ha chiamato gli arabi israeliani “collaboratori del terrorismo palestinese”, che li ha definiti una minaccia per l’esistenza di Israele, nell’ultima campagna elettorale ha invitato un leader arabo musulmano a far parte di una coalizione di governo. Un passo che ha infranto un tabù nella politica della destra e del centro del Paese. Disperato per i suoi guai giudiziari, Netanyahu ha sdoganato un partito che pochi mesi fa considerava ostile e pericoloso.

Il nuovo governo, nonostante la sua componente di destra, ha usato questo “sdoganamento”. Chi è rimasto fuori dalla nuova coalizione sono i vecchi e problematici alleati di Benjamin Netanyahu: i partiti ortodossi, l’estrema destra e il Likud stesso. La nuova coalizione sarà guidata da Bennett per i primi due anni, poi da Lapid (che prima coprirà il ruolo di ministro degli affari esteri). Non farà nessuna trattativa importante con i palestinesi ma si dedicherà a risolvere i problemi post covid e a sanare le ferite create da Netanyahu nell’ultima guerra con Hamas. Un evento che ha avuto poco significato strategico e ha evidenziato che chi deve affrontare un processo per corruzione è meglio non sia alla guida di un Paese.

Il governo di Bennett e Lapid nascerà la prossima settimana, ma Netanyahu non si dà per vinto. Negli ultimi giorni lo Shabbak, il servizio segreto interno, ha rinforzato la scorta a tutte le persone coinvolte nella nuova formazione politica. Alcuni sostenitori di Netanyahu, a centinaia, si comportano come ultras di calcio e minacciare atti violenti contro gli esponenti politici rei di aver deposto il loro idolo. Non posso dire che l’atmosfera oggi in Israele assomigli a quella che ha preceduto l’assassinio di Rabin. Vorrei ricordare che Netanyahu quelle manifestazioni le conosceva molto bene e vi partecipava con interventi infuocati contro Rabin, eletto democraticamente.

Allo stesso modo Netanyahu e i suoi fedelissimi mettono in dubbio la legittimità di Bennet, Lapid e Saar a guidare il Paese. Un’atmosfera di violenza abbinata allo sforzo disperato del vecchio premier che avanza proposte, frutto più della fantasia che della politica – ad esempio che Israele avrà tre primi ministri Benett Saar e ovviamente lui stesso, ancora. Proposta subito declinata dai due leader. La lunga carriera del leader del Likud ci ha insegnato che è capace di un’incredibile sopravvivenza politica. Non si può mettere fine al dominio di Netanyahu prima che la Knesset voti e approvi questa nuova formazione singolare che dice due parole: no Bibi!

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