Dopo 12 anni consecutivi, l’era Netanyahu sembra in procinto di tramontare: dopo una serie di tentennamenti e dubbi – specie nelle ultime settimane, durante l’operazione militare a Gaza – il leader di Yamina (“A destra”), Naftali Bennett, ha annunciato la formazione di un governo di unità nazionale con Yair Lapid, leader di Yesh Atid (“c’è un futuro”), formazione di centro. È però difficile capire dove sia diretta Israele con questa nuova prospettiva istituzionale, difficile capire su quale programma possa basarsi un governo di questo tipo. Che già genera forti malumori interni, come mostrato dalla delusione del parlamentare di Yamina, Amichai Chikli, che ha accusato Bennett di “aver violato le sue promesse, cioè la base della democrazia” (in riferimento alla promessa di non allearsi con Lapid, ndr). Sono le stesse che gli sta rivolgendo anche Netanyahu che accusa i suoi avversari di “tradimento” del loro elettorato e di essere guidati unicamente dalla sete di potere.

Governo di “unità nazionale” è, infatti, un termine riduttivo: essenzialmente tenuto insieme dalla crescente e generale ostilità verso il premier uscente, l’esecutivo che secondo lo stesso Lapid “verrà formato in un paio di giorni” raggruppa soggetti che si trovano sui lati opposti dello spettro politico. Si va dal “partito dei coloni” dello stesso Bennett – noto per le sue posizioni razziste e apertamente contrarie alla formazione di un qualunque Stato palestinese, da prevenire anche con l’allargamento degli insediamenti – a Tikva Hadasha (“nuova speranza”) di Gideon Sa’ar, forse il leader di destra più “moderato”, ultimo fuoriuscito dal Likud di Netanyahu, fino a Yisrael Beitenu di Avigdor Liebermann – capofila della destra xenofoba nazionalista e laica, ostile al sionismo religioso -, passando per i centristi di Yesh Atid e di Kahol Lavan (“blu e bianco”), guidato da Benny Gantz, per finire ai partiti di sinistra di Meretz e del Labour. Ci sarebbe anche l’appoggio esterno della Lista Araba Unita (Ra’am), a lungo considerata dai partiti di destra – che gli imputano la scarsa lealtà verso Israele, sotto forma della loro contrarietà all’ultimo bombardamento su Gaza – la ragione di Bennett per non entrare a far parte di questa esile maggioranza (61 seggi su 120, al momento).

“A nessuno verrà chiesto di rinunciare alle proprie idee, ma tutti dovranno posticipare la realizzazione di alcuni dei loro sogni. Ci concentreremo sul possibile, anziché discutere dell’impossibile”, ha detto Bennett nella serata di domenica. Il leader di destra, se l’incontro di Lapid col presidente Reuven Rivlin andrà a buon fine, assumerà l’incarico di primo ministro fino al 2023, per poi cedere il posto allo stesso Lapid per gli altri due anni, in una logica di rotazione precedentemente pattuita.

Secondo Ynet news, nel possibile esecutivo – c’è tempo fino al 2 giugno, poi la Knesset dovrà trovare un consenso su un nuovo primo ministro, col rischio della quinta elezione in due anni – proprio il partito di Gideon Sa’ar potrebbe svolgere formalmente il complesso ruolo di “equilibratore” tra anime che per molti versi risultano incompatibili: a Tikva Hadasha potrebbero infatti andare ben 4 ministeri – Giustizia, Istruzione, Politiche Abitative e Turismo o Comunicazioni -, molti se si considera che il partito esprime sei parlamentari.

Sui ministeri del Turismo e delle Comunicazioni esistono degli attriti con la stessa Yesh Atid. Disaccordo anche tra Kahol Lavan e Yisrael Beitenu sull’assegnazione del ministero dell’Agricoltura, così come tra questi ultimi e Ayelet Shaked – ex ministro della Giustizia, nonché fondatore di Yamina con Bennett – sul delicato ministero dello Sviluppo del Negev e della Galilea.

Se nella prospettiva dei due partiti di sinistra rimasti in Israele – Meretz e Labor – la partecipazione a questo governo suona come un suicidio politico davanti agli occhi del proprio elettorato, non sembra serena nemmeno la posizione degli altri leader coinvolti, soprattutto a destra: Bennet è stato a lungo vicino a Netanyahu – ha chiamato suo figlio come il fratello del premier, ucciso a Entebbe, e lo ha appoggiato tutte le volte che è andato al governo – ma negli ultimi anni ha rivendicato il suo superamento a destra, soprattutto rispetto alle politiche legate agli insediamenti in Cisgiordania. Benny Gantz ha provato anche a governare con lo stesso Netanyahu lo scorso anno, un tentativo rivelatosi poco fruttuoso e naufragato definitivamente di fronte al rifiuto di Netanyahu di approvare il bilancio per il primo biennio. Avigdor Liebermann ha invece sconfessato la sua posizione di incompatibilità con i partiti della destra religiosa come Tkuma.

Come ricorda il giornalista Barak Ravid, se questo esecutivo dovesse essere formato, si tratterebbe del più eterogeneo della storia di Israele, nonché, di riflesso, il più conflittuale: conflitti tra destra religiosa e destra liberista sulla politica economica, conflitti tra nazionalisti religiosi e laici sulle politiche sociali, sulla gestione del post-Covid e sui “confini” della sovranità israeliana, conflitti sulla gestione del dossier Gaza e sugli insediamenti. Poco dibattuta è poi la relazione tra Bennett e il nuovo presidente americano Joe Biden, che vanta rapporti personali di lungo corso con Netanyahu.

Se i suoi avversari sembrano mossi unicamente dal desiderio di porre fine al suo “regno” di dodici anni, lo stesso Netanyahu, dopo aver dilapidato le intese che aveva maturato in questi anni soprattutto alla sua “destra”, sollecitando in particolare i partiti ultraortodossi e altri che oggi gli si sono rivoltati contro, appare motivato ormai soprattutto dal desiderio, o meglio dalla necessità, di evitare i tre processi per corruzione e frode che pendono a suo carico dal 2016 e che secondo la legge israeliana si scontrano con l’immunità solo se il primo ministro è in carica.

Netanyahu sembra aver “perso il controllo della propria creatura razzista”, scriveva un mese fa su Haaretz Anshel Pfeffer, in riferimento alla vivacità e al rinnovato protagonismo dei partiti estremisti destinati a partecipare al prossimo esecutivo. Per Israele si apre una stagione ignota, non solo in relazione all’indirizzo di un governo così eterogeneo ma soprattutto per quel che riguarda il ricollocamento dell’elettorato del Likud, che con il tramonto di Netanyahu – negli ultimi anni su posizioni sempre più oltranziste rispetto a dieci anni prima – potrebbe spostarsi ancora più a destra, polarizzando il quadro sia interno che legato alla questione palestinese. Mai così marginale per l’arena politica israeliana.

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