C’era da aspettarselo, dopo che i dati dell’ultimo censimento hanno lasciato intravedere l’imminente inizio del declino demografico cinese. Ora, Pechino permetterà a ogni coppia di avere fino a tre figli. Tecnicamente, non è la fine del controllo delle nascite iniziato oltre 40 anni fa – rimane il limite di 3 figli – ma nel contesto attuale, di bassa natalità, di fatto lo è.

La decisione è stata presa il 31 maggio in un incontro dell’ufficio politico del comitato centrale, l’organismo dei 25 che per evocare cupi scenari da guerra fredda viene spesso erroneamente definito “politburo” – alla sovietica – e che è il secondo organo nella gerarchia del Partito comunista dopo il comitato permanente composto dai sette membri, al cui vertice c’è Xi Jinping. La leadership suprema si impegna quindi ad arrestare l’invecchiamento della popolazione e la riduzione del tasso di natalità che minaccia le prospettive economiche di lungo termine della Cina. Il problema però diventa ora quello di convincere i cinesi – soprattutto le giovani donne – ad avere più figli, in una società segnata dalla competizione in assenza di un vero e proprio welfare che dia supporto alle famiglie.

L’antefatto: il censimento – Dopo settimane di rinvii e indiscrezioni a inizio maggio ha stabilito che i cinesi sono 1 miliardo e 412 milioni. La Cina resta il paese più popoloso del mondo, ma la crescita demografica dell’ultimo decennio è stata la più bassa dagli anni Cinquanta: solo 5,38 per cento. L’anno scorso i nuovi nati sono stati solo 12 milioni, contro i 14,6 del 2019, un -18 per cento che sembra segnare un declino inarrestabile del tasso di natalità, visto che ogni donna cinese partorisce oggi in media solo 1,3 figli, molto meno dei 2,1 necessari a mantenere stabile la popolazione. E così, i dati del censimento del mese scorso confermano precedenti proiezioni secondo cui la forza lavoro cinese diminuirà nel prossimo decennio. Una tendenza che potrebbe indebolire la produttività a lungo termine nella seconda economia mondiale, così come la domanda interna e l’innovazione. Questo è il problema che affligge e affliggerà d’ora in poi i leader di Pechino.

La forza lavoro e il boom economico – Nonostante il controllo delle nascite – la cosiddetta politica del figlio unico che a fine anni Settanta fu lanciata per impedire di avere troppe bocche da sfamare – per decenni la Cina ha infatti goduto di una “rendita demografica”, cioè un surplus di forza lavoro giovane, che ha permesso il boom economico basato su produzioni di massa e a basso costo: la fabbrica del mondo, insomma. La società sta oggi invecchiando e la forza lavoro si sta riducendo senza che si sia completata la transizione verso una cosiddetta “economia evoluta”, basata su produzioni ad alto valore aggiunto, tecnologia e consumi interni. I giovani migranti rurali degli anni Ottanta stanno diventando “popolazione anziana”, non più attiva, e il controllo delle nascite impedisce il ricambio generazionale. Chi pagherà le pensioni? E sul piano dei consumi, un’economia che vuole puntare sempre più sul mercato interno non può vedere la propria popolazione ridursi. Qualche anno fa sorsero le prime preoccupazioni e nel 2015 la politica di controllo delle nascite fu rilassata, portando il limite a 2 figli (eccezioni che riguardavano la popolazione rurale e le minoranze etniche erano in realtà già in vigore fin dagli anni Ottanta).

La modifica del 2015 arrivò forse troppo tardi, perché nel frattempo la società era cambiata: tante donne non più intenzionate ad avere figli, tanti giovani impossibilitati a metter su famiglia per varie ragioni, soprattutto economiche. La Cina potrebbe in prospettiva assomigliare sempre più al Giappone e, per quanto ci riguarda, anche all’Italia, ma su scala molto più grande e – almeno al momento – senza l’immigrazione come parziale soluzione al calo demografico.

Welfare (che non c’è) e controllo delle nascite – La leadership ha riconosciuto il problema e ha annunciato già a marzo che aumenterà gradualmente l’età pensionabile che oggi è di 60 anni per gli uomini e di 55 anni per la maggior parte delle donne. Ma è una soluzione parziale e limitata alla forza lavoro attiva, laddove la vera svolta verrebbe da una ripresa della crescita demografica: come? Per molti esperti, la soluzione sarebbe più welfare e incentivi alle famiglie: solo così, molti giovani cinesi deciderebbero di riprodursi.

C’è poi la forma. Perché si è deciso di alzare il limite a 3 figli invece che eliminarlo del tutto? Possiamo fare una ipotesi. L’ingegneria sociale è un elemento perenne – come quella idraulica – nella storia cinese, reca il timbro del potere centrale che rende armonica la società e le permette di evolvere. Concedere e di fatto chiedere ai cinesi di fare 3 figli, nel contesto attuale in cui il tasso di natalità è inferiore al livello riproduttivo, significa sancire la fine di una politica di controllo delle nascite – varata nel 1978 – che intendeva lanciare il boom cinese riducendo le bocche da sfamare in una società ancora povera e sovrappopolata. Tuttavia, bisogna anche riaffermare che quella politica fu corretta per i tempi andati, semplicemente ora ci vuole qualcos’altro. Nel ribaltamento c’è comunque continuità.

Il futuro del Partito e le reazioni scettiche – Il Partito comunista ha già cominciato ad autocelebrarsi in vista del proprio centenario, la cui data ufficiale è il primo luglio. C’è un nesso tra questo evento e l’epocale scelta di innalzare il limite dei nascituri? Se finora le cose sono state fatte bene – sembra essere il messaggio – per i prossimi 100 anni si apre un nuovo corso, una continuità pur nell’apparente contraddizione, con il Partito che offre un nuovo patto sociale alle generazioni fertili: fate più figli, vi daremo il modo di mantenerli. E allora, sarà interessante comprendere che cosa si attendono dal “loro” Partito per i prossimi 100 anni i “nuovi cinesi” – millennials e generazione Z – quelli che dovrebbero mettere al mondo “fino a 3 figli” per invertire il declino demografico: lavoro, welfare, diritti? Sono disposti a procreare per la Cina?

Al momento le reazioni alla notizia dell’innalzamento del limite sono abbastanza scettiche. Sotto alla notizia comunicata dall’agenzia ufficiale Xinhua sulla propria pagina di Weibo – il principale social network cinese – il commento “bah” ha ricevuto in breve tempo circa 80mila “like”, prima di essere cancellato. Qualcuno ha anche scritto ironicamente che la migliore forma di controllo delle nascite è il “9-9-6”, cioè l’orario di lavoro dalle 9 di mattina alle 9 di sera per 6 giorni a settimana, il modello che va per la maggiore in molte imprese sia della “old” sia della “new” economy.

Il Partito parla oggi di politiche attive di sostegno a chi farà figli, senza specificare ma esibendo le credenziali che gli vengono dall’aver sconfitto la piaga secolare della povertà nera proprio nel funesto 2020, anno del Covid. Questa sarà la prossima campagna di massa, nonché la scommessa dei prossimi anni.

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