A otto giorni dalla strage del Mottarone e dopo la decisione della gip, Donatella Banci Buonamici, di scarcerare due indagati arrestati – il direttore tecnico Enrico Perocchio e il gestore Luigi Nerini – le indagini della procura di Verbania proseguono. E nel registro degli indagati potrebbero essere iscritte altre persone. I carabinieri, che conducono le indagini, hanno interrogato tutti i dipendenti della funivia Stresa-Mottarone. “Io devo ancora chiarire con il o i consulenti tecnici quali saranno le modalità di questo accertamento irripetibile. Solo dopo faremo gli avvisi” ha spiegato la procuratrice di Verbania, Olimpia Bossi, in merito ai previsti accertamenti irripetibili che potrebbero portare a nuove informazioni di garanzia per altri indagati. Una misura di garanzia perché gli indagati abbiano la possibilità di nominare periti di parte. Gli accertamenti irripetibili che saranno disposti nell’inchiesta sull’incidente della funivia del Mottarone “sono finalizzati a capire perché la fune si è rotta e si è sfilata, e se il sistema frenante aveva dei difetti“, e da queste analisi si vedrà se “emergeranno” anche altre responsabilità. Io non sono ancora in grado di dire perché si è verificato questo evento”. Proprio per questo ci sarà una consulenza tecnica con la forma degli “accertamenti irripetibili”.

Nell’inchiesta uno dei punti su cui si stanno concentrando gli inquirenti è anche l’analisi delle comunicazioni, via chat o mail, tra il caposervizio Gabriele Tadini, il gestore Nerini e il direttore dell’impianto Perocchio. L’obiettivo è verificare se ci siano state indicazioni sull’uso dei forchettoni per disattivare i freni di emergenza o sulle anomalie del sistema frenante. Anomalie che hanno portato Tadini a bloccare i freni con “i ceppi”. I telefoni dei tre infatti sono stati sequestrati nei giorni scorsi. Tra le novità le dichiarazioni dell’operaio Fabrizio Coppi (leggi l’articolo sul FattoQuotidiano): “Ho udito più volte Tadini discutere animatamente al telefono con Perocchio e Nerini poiché questi ultimi due erano contrari alla chiusura dell’impianto, nonostante la volontà di Tadini di fermarlo. Dopo alcune telefonate l’ho visto molto turbato e demoralizzato”. L’operaio ha riferito che più volte ha capito che quando sorgeva un problema tecnico il caposervizio “riferiva al direttore d’esercizio e al gestore che era necessario fermare l’impianto. Ma, nonostante questo, la volontà sia del gestore sia del direttore dell’impianto era quelle di proseguire, rimandando l’eventuale riparazione più in là nel tempo”. Altri quattro dipendenti interrogati attribuiscono la scelta di mettere o non mettere i forchettoni a Tadini. E Nerini, davanti al gip, ha negato le accuse: “Dicono che avrei avuto una ragione economica per far viaggiare la funivia a ogni costo. Ma è falso. I guadagni in questo periodo sono molto limitati. Per me sarebbe stato meglio bloccare l’impianto adesso e riparlo per non perdere la stagione estiva. Non era compito mio occuparmi della manutenzione. Io pago 128mila euro all’anno di canone proprio per questo motivo”.

In una intervista a La Repubblica la magistrata ha risposto alle domande sulla decisione della gip di scarcerare due indagati: “Questa non è una sentenza di assoluzione, è solo una fase cautelare. Non la vivo come una sconfitta sul piano investigativo anche perché è stata accolta la nostra configurazione giuridica dei reati e quindi il nostro impianto accusatorio. Non ho mai considerato l’indagine chiusa e nemmeno in una fase avanzata. In ogni caso non finisce qui, le indagini continuano per accertare tutte le responsabilità”. Sui fermi dei tre indagati la toga ha aggiunto: “Non parlerei di fretta, ma di urgenza. Il pomeriggio di martedì ci siamo trovati di fronte a una persona che ha reso piena confessione con dichiarazioni attendibili che parlavano di un gesto, quello di mettere i forchettoni ai freni, che era frutto di una scelta volontaria, deliberata e reiterata che andava avanti da oltre un mese, ma secondo i nostri riscontri anche da più tempo. Una persona che ha detto che altre persone sapevano. A quel punto abbiamo avuto la necessità di impedire che quelle persone si potessero mettere d’accordo per concordare una versione dei fatti”. La stessa procuratrice in un’intervista al Corriere della Sera nega che le scarcerazioni siano state una sconfitta: “No, è un passaggio della normale dialettica processuale. Le indagini sono appena all’inizio e proseguono nei confronti dei tre indagati per reati gravissimi. Dal punto di vista della correttezza dell’impostazione accusatoria il giudice non ha avuto nulla da obiettare”.

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