di Gianluca Pinto

Cinque famiglie che non ci sono più e un bambino rimasto orfano per una questione di risparmio alla manutenzione, sommata all’esigenza di riaprire per ricominciare ad incassare. Questo è stato il tema degli ultimi giorni, argomento ovviamente tritato tra spot di luminose crociere, consigli per le migliori zanzariere e inviti a seguire l’esempio di tante famiglie felici che gustano determinati prodotti alimentari. A questo proposito, un minimo di buon gusto in questo mondo dove tutto si vende e si compra, comprese le immagini delle tragedie (come se fossero un film horror che nulla ha a che fare con la realtà), sarebbe apprezzabile.

Questo evento a me resterà come immagine della ripartenza. Mi resterà, della ripartenza, il ricordo di un’altra tragedia che, rispettando le regole e soprattutto capendo la responsabilità di chi aveva ruolo nella manutenzione, si sarebbe potuta tranquillamente evitare. La funivia è un mezzo tra i più sicuri, certo, come tutti si affrettano a dire per cercare di arginare il danno d’immagine avvenuto qualche settimana dopo l’invito del Presidente del Consiglio a venire in Italia in vacanza. Costoro si dimenticano la specifica, ossia di chiarire che tale mezzo è veramente sicuro a patto che non sia costruito e/o manutenuto nel nostro paese.

Forse, prima di pensare ad una semplificazione burocratica, sarebbe sensato riflettere su cosa realmente succede in Italia, oppure questo non più essere detto senza giri di parole per non offendere nessuno e non toccare coloro ai quali il denaro del Pnrr è indirizzato, ossia l’impresa? Si può dire, a questo proposito, che il problema sia rappresentato anche e proprio da “certe imprese” che in teoria dovrebbero garantire il lavoro e la ripartenza? È possibile o è assolutamente proibito per vilipendio?

Si può dire che la “semplificazione” burocratica in un paese come l’Italia, dove “certe” imprese lavorano in modo perlomeno approssimativo (per usare un eufemismo) e dove l’infiltrazione di tipo mafioso è elemento onnipresente, non può essere accettabile? Si può azzardare l’ipotesi fantasiosa che per velocizzare le procedure (come nel caso della lentezza dei processi), magari potrebbe servire più personale per smaltire le pratiche e quindi sarebbero necessarie più assunzioni invece di rischiare di sgretolare quel po’ di regole che sono necessarie nel nostro paese?

Ah, sì, mi ero scordato che non sono le persone (che sono un fardello quando non producono), non sono i lavoratori, ma sono solo le imprese che portano sviluppo (senza specificare sviluppo di che cosa), lavoro (di che tipo?), benessere per tutti (questo per il rispetto dell’ambiente, e dei lavoratori, e per la sicurezza “sul” lavoro e “dei” lavori eseguiti).

Si può dire che indirizzare dove vogliono i padroni i fondi ottenuti da Giuseppe Conte (ricordiamolo giusto per non perdere un minimo di lucidità e prospettiva storica) semplificando le procedure e agendo sui subappalti sia al limite dell’incoscienza? Ma dove si pensa si possa andare in Italia, se per attraversarla devi passare su ponti costruiti con la sabbia e si rischia di perderci la vita? Ma dove si pensa si possa andare se in montagna ti capita che una funivia crolli per motivi che paiono una bestemmia alle persone sensate? Dove si va se nella capitale si ha paura di prendere le scale mobili che rischiano di inghiottirti?

Vogliamo davvero semplificare le procedure? Vogliamo davvero una gestione più “snella” dei subappalti? Che razza di “Ponte sullo stretto” (opera tanto gigantesca quanto per lo meno improvvida se messa in relazione alle infrastrutture esistenti ad esempio in Sicilia, senza parlare di altri rischi ben noti) si pensa di poter fare applicando condizioni ancora più “semplici” di quelle che avrebbero dovuto garantire, ad esempio, la manutenzione del ponte Morandi? È permesso esternare queste riflessioni? Forse no, in effetti. Forse non si può. Tuttavia posso pensarlo, almeno questo, per ora, posso ancora farlo.

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