Non è (solo) un flusso migratorio. Dietro le storie degli 8mila disperati marocchini che in queste settimane hanno provato a raggiungere a nuoto, o aggirando una piccola barriera di scogli, l’arenile del Tarajal a Ceuta, c’è un complicato intrigo geopolitico.

Mohammed VI, re del Marocco vuole “normalizzare” il Sahara Occidentale completando il lavoro avviato dal padre, Hassan II, che nel 1975 con la “Marcia verde” organizzò il trasferimento di più di 300 mila marocchini nelle terre desertiche del sud, fino ad allora colonizzate dalla Spagna franchista. Un’arida hammada sì ma ricca di fosfati nel sottosuolo e bagnata ad ovest da acque pescosissime.

Un’annessione fuori dalle regole del diritto internazionale, non riconosciuta dalle Nazioni Unite le quali per risolvere la crisi crearono nel 1991, anno della tregua, un’apposita struttura nel cui acronimo Minurso sono contenuti gli obiettivi politici: Mission des Nations Unies pour l’Organisation d’un Référendum au Sahara Occidental”.

Non sono bastati 30 anni per organizzare la consultazione referendaria, così più per stanchezza che per convinzione, le frange più giovani del Fronte Polisario lo scorso novembre hanno spinto il vecchio leader saharawi Brahim Ghali, a dichiarare guerra al Regno di Marocco per riprendersi i territori contesi.

È una guerra dimenticata e di attesa, combattuta in campo aperto con chiara disparità di forze, fatta di sporadiche schermaglie lungo il muro di pietrisco e sabbia, voluto dal Marocco, che corre per 2700 chilometri sulla linea di confine.

Il divario di forze è anche di natura politica, il Fronte Polisario è sostenuto solo dall’Algeria, storica rivale del Marocco, che fornisce supporto militare e logistico alle città dormitorio saharawi. Il Re Mohammed, invece, negli ultimi tempi ha intessuto una fitta rete diplomatica per ottenere il riconoscimento dei territori sahariani occupati nel ’75.

Da quel momento sul tavolo della diplomazia internazionale si sono innestati giochi di potere spietati. Donald Trump non ha avuto scrupoli nel riconoscere, poco prima della fine del suo mandato, la legittimità dell’occupazione marocchina, una volta ottenuto il riconoscimento dello stato di Israele dalla cancelleria di Rabat. Venti paesi, tra essi Gambia, Isole Comore, Senegal e la poverissima Haiti, hanno aperto sedi consolari nel Sahara Occidentale pur non avendo, di fatto, alcuna attività consolare da sbrigare. Per Algeri dietro i riconoscimenti consolari c’è la promessa di cospicui finanziamenti da parte di Re Mohammed.

La “dottrina” del calcolo utilitaristico contro le regole del diritto internazionale.

Tuttavia la questione della “marea di migranti” pilotata da Rabat – la più grave crisi dal 2002, anno dell’occupazione marocchina dello scoglio spagnolo di Perejil – è ancora più intricata di quanto possa immaginarsi.

Essa ruota attorno alla figura di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario e presidente della Repubblica Araba Saharaui Democratica (RASD). Alla fine dello scorso aprile l’intelligence marocchina ha intercettato il suo ricovero, avvenuto con falsa identità, presso l’ospedale San Pedro di Logroño, nella regione de La Rioja. È stata l’Algeria, con un aereo di Stato, a trasferire in Spagna il presidente della RASD, intubato in quanto positivo al Covid. Un gesto ostile per Rabat che ha gradito poco l’intervento algerino e la “complicità” dell’esecutivo spagnolo.

In verità in ambito diplomatico è noto che l’assistenza per ragioni umanitarie non si nega facilmente, neanche ai più feroci dittatori, ma il governo di Pedro Sánchez temeva le reazioni marocchine tanto che alcuni ministri, come il titolare degli Interni e il responsabile della Difesa, erano propensi a dare a Rabat pronta notizia del ricovero, prima che vi arrivassero gli agenti dei servizi del paese magrebino.

I rapporti tra i due paesi affacciati sullo stretto di Gibilterra si sono subito incrinati, seppure proprio la Spagna si stava spendendo nelle stanze di Bruxelles al fine di evitare che il Marocco fosse inserito nella Lista grigia Ue dei paesi dotati di carenti misure in materia di antiriciclaggio.

Ora per Mohammed VI è tempo di usare due armi: la pressione sui tribunali spagnoli perché riaprano fascicoli penali “dormienti” nei confronti di Ghali, accusato di torture verso oppositori saharawi interni, alcuni con passaporto spagnolo. E poi i migranti, un uso politico del fenomeno che la ricercatrice americana Kelly M. Greenhill definisce in un saggio weapons of mass migration. Con Ceuta, enclave spagnola nel nord Africa, che è divenuta in questi giorni epicentro della politica in materia di flussi migratori. Un città autonoma, solo “un presidio” per Rabat, di 14 chilometri quadrati sospesa tra l’Africa e l’Europa. Il luogo perfetto per rivendicazioni nazionaliste, con il Marocco, da un lato, che intende riaprire il dossier sulla sovranità non appena chiuso il capitolo sul Sahara Occidentale e l’ultradestra spagnola di Vox, dall’altro, che fa incetta di consensi nel perimetro cittadino.

E’ un momento difficile per l’enclave, piegata dal Covid molto più dei centri della penisola, con un tasso di disoccupazione in costante aumento, come il rischio di esclusione sociale salito al 45,9% (quasi il doppio della media spagnola). E con un porto – attività chiave per l’economia locale – sempre più schiacciato da due scali, quello di Tanger Med e di Algeciras, giganti dello Stretto. Insomma, una crisi vera. Eppure migliaia di disperati non anelano altro che superare “la valla”, quella barriera che divide il nulla dal sogno.

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