L’epilogo della foto che ha fatto il giro del mondo, l’abbraccio tra il subsahariano e la volontaria della Croce Rossa a Ceuta, è triste: il migrante è stato espulso, la ragazza, Luna Reyes, è stata costretta a chiudere i suoi profili social a causa degli insulti ricevuti per quel meraviglioso e istintivo gesto di umanità. Intanto nel territorio dell’enclave spagnola in terra marocchina, polizia e Guardia Civil spagnole, quasi in assetto di guerra, hanno messo in atto un’operazione senza precedenti.

Delle oltre 10mila persone che tra domenica e lunedì scorsi erano riuscite senza troppi problemi a passare da Castillejos e Benzù (Marocco) a Ceuta (Spagna) a nuoto superando i due varchi di ferro che finiscono in mare, quasi 7mila sono già state rimandate indietro. Tra cui il protagonista di quella foto. Frutto di una ricerca spasmodica in ogni anfratto della cittadina spagnola incastonata nello spigolo più settentrionale del Marocco. Le forze dell’ordine hanno cercato dappertutto, nell’area attorno al porto di Ceuta, da sempre rifugio per i giovani marocchini che cercano di entrare nell’area doganale e saltare dentro uno dei tir in fase di imbarco verso Algeciras, il mostruoso porto commerciale sulla penisola iberica: “Gruppi di persone sono stati fermati in varie zone della città, rintracciati dentro case o manufatti abbandonati, in mezzo alla vegetazione”, spiega Mj Reduan, segretario generale del sindacato Cgt di Ceuta e membro dell’associazione Digmun, da sempre in prima linea in aiuto dei migranti. “Le persone fermate vengono rimandate oltre la frontiera senza troppi controlli sulla loro identità, ma soprattutto, nel caso dei subsahiariani, senza verificare le loro richieste d’asilo. Soltanto i più giovani, quelli per cui non ci sono dubbi sulla minore età, vengono trasferiti al centro di accoglienza di Piñers. Rispetto al passato stavolta ho notato un quadro generale migliore sul fronte dell’umanità da parte delle autorità di polizia e della stessa Croce Rossa spagnola, forse perché per una volta Ceuta è tornata sotto le attenzioni internazionali. Resta il lato disumano delle violazioni dei diritti umani, le devoluciones (espulsioni, ndr.) e il mancato rispetto dei protocolli sociali e giuridici”.

In effetti per l’enclave spagnola – e con un peso minore la stessa cosa è accaduta nell’altra cittadina spagnola su suolo marocchino, Melilla, ad Est – è stata una situazione mai vissuta prima, al punto da costringere il premier spagnolo, Pedro Sanchez, a restare a Madrid per seguire la vicenda, senza precedenti per numeri ed impatto mediatico. Ora, a meno di una settimana da quella che è stata considerata l’invasione dei disperati a Ceuta, favorita dall’assist della polizia marocchina, la situazione è tornata pressoché normale. L’emergenza migranti è sotto controllo, per ora, grazie alla collaborazione della polizia marocchina, di nuovo operativa dopo lo strano ‘buco’ di sei giorni fa. I tratti costieri di competenza, ai confini con la Spagna nelle località marocchine di Castillejos e Fnideq (Tarajal II) e Belyounech (Benzù) sono di nuovo pattugliati a dovere.

Con la frontiera tra Marocco e Spagna chiusa a tempo indeterminato dal 13 marzo 2020 e il fronte mare protetto, ai migranti resta la vecchia opzione: il superamento delle reti, elevate e rese sempre più invalicabili dal governo spagnolo. Giovedì un gruppo di persone è rimasto nella cosiddetta ‘terra di nessuno’, tra la prima e la seconda fila di barriere di ferro; la polizia le ha subito riportate in Marocco. Sul fronte delle vittime, inoltre, c’è da registrare il secondo giovane marocchino morto annegato durante la breve ma difficile traversata in mare, specie per chi non ha troppa dimestichezza col nuoto. Per fortuna a Ceuta non ci sono soltanto dolore, disperazione e diritti umani calpestati: “Forniamo cibo, latte per bambini, vestiti, mascherine e dispositivi di protezione in genere contro la pandemia. Con l’ondata di arrivi dell’altro giorno la nostra opera è quanto mai necessaria”, affermano i responsabili della Fratellanza Reale, un’associazione legata alla Caritas spagnola attiva in questi giorni a Ceuta. “Attraverso il progetto ‘Fraternità’ stiamo cercando di dare una mano all’emergenza del momento senza dimenticare l’esclusione sociale e la lotta alla povertà infantile, problemi che da sempre colpiscono l’enclave”. Esempi del genere ce ne sono tanti e poi c’è l’aiuto della popolazione civile, o quanto meno una parte di essa. Cittadini e famiglie in questi giorni hanno portato cibo e altri generi di prima necessità in strada ai migranti in difficoltà. E poi c’è un altro aiuto concreto e vitale: “Abbiamo istituito una linea telefonica dedicata alle famiglie marocchine per la ricerca di informazioni sui loro figli tra quelli che l’altro giorno sono entrati a Ceuta e di cui si sono perse le tracce”, ci comunica un operatore dell’organizzazione Digmun Ceuta, una ong che si occupa di donne, minori e soggetti fragili. La maggior parte è stata rimandata indietro, ma di altri non si sa nulla; qualcuno si sta nascondendo oppure è già riuscito a salire a bordo di una delle navi dirette in Spagna. Altri potrebbero essere in pericolo se non addirittura già morti”.

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