Non siamo ancora all’emergenza vera e propria ma qualche spia rossa sui pannelli di controllo inizia a lampeggiare. L’onda dei rincari delle materie prime che dura da mesi trascina con sé anche le commodity alimentari. Nell’ultimo anno i prezzi del mais sono raddoppiati, quelli del grano sono aumentati del 30%, quelli della soia dell’80%. Sono saliti, in percentuali più modeste, anche i listini di diverse qualità di riso. L’indice dei prezzi alimentari della Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, è in rialzo da 11 mesi consecutivi. E, soprattutto, si sta avvicinando ai valori del 2011 che segnarono il record di tutti i tempi. Ad avvicinarsi ai numeri di dieci anni fa è anche l’indice dei prezzi agricoli elaborato da Bloomberg, salito di oltre il 70% nell’ultimo anno. Se si guarda variazioni reali, e non solo nominali, dei prezzi (ossia tenendo conto dell’inflazione degli ultimi 10 anni) la distanza con i livelli di 10 anni fa si allarga un po’, ma indubbiamente si sta riducendo.

A spingere le quotazioni sono stati alcuni eventi concreti, tra cui raccolti andati male in Brasile e in Francia, a cui si è sovrapposta una certa dose di speculazione che ne ha amplificato gli effetti. Una sequenza abbastanza tipica. Un’ulteriore spinta è arrivata dalle previsioni sulla domanda di cereali di quest’anno, stimata in crescita di oltre il 2% rispetto al 2020, oltre ad una revisione al ribasso della quantità di scorte di Cina e Stati Uniti. Alcuni prezzi tra cui quelli di mais, zucchero e alcuni olii vegetali stanno salendo anche perché sono strettamente legati alle quotazioni del petrolio, raddoppiate nell’ultimo anno. Vengono infatti utilizzati nella produzione di biocombustibile che diventa un alternativa allettante rispetto ai combustibili da petrolio se il prezzo del barile sale troppo.

Nel 2011 la corsa dei prezzi alimentari provocò tensioni sociali e rivolte in molti paesi, contribuendo a innescare le rivolte di quelle che verranno poi definite “primavere arabe”. Da qualche tempo circolano report ed editoriali che paventano il ripetersi di una situazione analoga. Anche perché, il rincaro dei prezzi alimentari piomberebbe su paesi già alle prese con i disastri umani ed economici causati della pandemia. Ci sono tuttavia anche considerazioni che suggeriscono, almeno per ora, di frenare eccesivi allarmismi. Gli esperti hanno idee contrastanti sulla durata di quest’ ondata rialzista dei prezzi. Non sono pochi quelli che ritengono che si tratti di qualcosa di temporaneo. L’indice globale dei prezzi è molto influenzato da singoli grandi compratori come la Cina. Una volta che il gigante asiatico sarà a posto con il suo fabbisogno e avrà ripristinato il livello di scorte, la pressione rialzista dovrebbe attenuarsi velocemente. Infine va ricordato come le quotazioni sui mercati internazionali abbiano ripercussioni ritardate e attenuate sui prezzi al consumo. Basti pensare che il prezzo del grano incide per circa il 10% sul costo finale del pane.

Al momento ci sono situazioni di criticità in diversi Stati che sembrano però collegate per lo più a condizioni locali. Amnesty International ha fatto sapere che oltre un milione di persone nel Madagascar meridionale stanno soffrendo una grave carenza di cibo a causa della peggiore siccità nell’isola degli ultimi 40 anni. In Sudan e in Sudan del Sud si sta verificando un grave problema di costo dei generi alimentari, dovuto però alla pesante svalutazione delle monete locali che rende più care le derrate che vengono importate. Forti pressioni sui prezzi, con un’inflazione vicina al 20%, si stanno verificando anche in Nigeria mentre l‘Egitto si trova in difficoltà per aver esportato molti più prodotti agricoli del normale durante i mesi più duri della pandemia poiché diversi paesi hanno allentato le loro barriere. Nel frattempo però la produzione non è cresciuta, provocando ora scarsità di alcuni prodotti e quindi incrementi dei costi. In Argentina si segnalano decisi rialzi del costo del mais, anche a causa di raccolti inferiori a quelli dell’anno scorso. La debolezza della valuta locale, il peso, non aiuta. Buones Aires ha avviato un programma di contenimento dei rincari alimentari, che fatica a funzionare, e ha disposto il blocco all’export di carne.

Il World Food Programme, programma dell’Onu che fornisce assistenza alimentare alle popolazioni in difficoltà, stima che nel 2021 dovrà sfamare 138 milioni di persone, principalmente in Yemen, Afghanistan, Sudan e Repubblica democratica del Congo. E’ il numero di assistiti più alto da almeno 60 anni (nel frattempo naturalmente la popolazione globale è molto cresciuta). Trentotto paesi vengono classificati dalla Fao in “fase 4” ovvero di emergenza, il livello successivo è “catastrofe/carestie”. E’ soprattutto il portato dei danni causati dal Covid ma dimostra quanto la situazione sia delicata ed esposta al rischio di degenerare rapidamente. L’analista di Deutsche Bank Jim Reid ha affermato “considerando i precedenti storici legati ai prezzi alimentari e le condizioni causate dalla pandemia una nuova ondata di rivolte non sarebbe qualcosa di sorprendente”.

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