Era da parecchio tempo che Anthony Hopkins non tornava ad essere attore maiuscolo come ci aveva abituati nel secolo scorso. Senza andare a guardare Wikipedia o Imdb, così a memoria, qual è l’ultimo film dove Hopkins troneggia sazio della sua arte recitativa? Fatica eh? Se arrivate addirittura a Il silenzio degli innocenti (ci sarebbero anche Quel che resta del giorno e 84 Charing Cross Road…) capite che la domanda andava posta. Ebbene con The Father, e l’Oscar ricevuto da attore protagonista, scombinando i piani che volevano la statuetta postuma all’afroamericano Chadwick Boseman, Hopkins mette definitivamente i conti a posto con una performance (usiamo di nuovo performance perché oramai la recitazione è tornata ad essere pratica completa per voce e corpo) impressionante e devastante.

L’81enne Anthony, affetto da una qualche forma acuta di demenza senile, si ritrova inconsapevolmente a vivere in un loop spaziotemporale casalingo dove gli sembra di abitare a momenti alterni nel suo appartamento londinese, poi in quello della figlia Anne (Olivia Colman), e dove vede apparire continuamente nuove figure che reputa sconosciute come il compagno di Anne, Paul, la nuova badante Laura, un’altra donna che scambia per Anne e un altro uomo che addirittura lo schiaffeggia dopo averlo accusato di aver rovinato con i suoi capricci la vita alla figlia. Appunto, come suggerisce il sottotitolo in italiano, niente è come sembra. La mente di Anthony non riesce più ad ancorarsi nel reale e nel presente, percepisce scampoli di fatti accaduti realmente non riuscendo più a connetterli tra loro, si inabissa dentro a vuoti di conoscenza e riconoscimento, si perde in tic idiosincratici come la ricerca del proprio orologio che pensa sia stato rubato dalla badante o dal compagno della figlia. Fino a quando arriva il momento del triste e forzato abbandono verso una casa di cura.

Ancorato soltanto ad un triplice set di interni/atti (gli appartamenti pressoché identici più camera/corridoio d’ospedale) connesso con porte che si aprono e chiudono tra la dimensione del vero e dell’immaginato, separato dietro a finestre respingenti ma allo stesso tempo per il protagonista esile filo di speranza verso una luce di vita che si spegne ogni giorno, l’intenso e straziante racconto dello scrittore e regista teatrale parigino Florian Zeller (sceneggiatore da Oscar assieme al veterano Christopher Hamtpon) vive di una messa in scena apparentemente parca, di una regia inaspettatamente robusta oltre che di una (ri)costruzione di senso a livello di montaggio di grande acume e sostanza. Già perché il fascino di The Father risiede proprio in questo slittamento continuo della scena e del filo del discorso fatto percepire a livello sensoriale allo spettatore che si sovrappone alla soggettiva interiore del protagonista. In pratica chi guarda si perde nell’abisso intermittente di Anthony. I raccordi di sguardo e movimento secchi, precisi, eleganti, dolorosi fanno infine diventare la strumentazione del cineasta essa stessa un elemento del discorso generale dello sfiorire della memoria del protagonista.

Poi, ecco, c’è Hopkins. L’attore capisce di essere il bilanciere di questo orologio prezioso che racconta della vita che sfiorisce come un supplizio tantalico. E allora si mette ad ascoltare e riprodurre le chiazze, i mancamenti, i vuoti della mente mettendosi sempre mezzo passo fuori dal centro del quadro, con questa intuizione di un allontanamento fisico, corporeo, fattuale dallo spazio in cui si svolge la scena, come quando già di tre quarti vicino ad una porta non del tutto aperta abbassa leggermente la testa, sguardo sperso nel nulla, compie due passi indietro e finisce nel cono d’ombra di una dissoluzione annunciata. Insomma The Father è kammerspiel sontuoso ma anche risultato di virtuosismi tecnici di classe. Una vera sorpresa. Anche se ad ogni visione quegli occhietti di Anthony rimangono piantati nell’anima come un grido muto e disperato.

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