Il Torino di Urbano Cairo è una barzelletta, fa la voce grossa in Lega calcio e poi è piccolissima sul campo, fa vergognare i suoi tifosi, non ha più nulla nemmeno del suo cuore granata, perde 7-0 in casa una partita della vita in cui doveva dare tutto. Probabilmente, si salverà. Come si salverà il Genoa di Enrico Preziosi, che da anni continua a barcamenarsi fra plusvalenze contabili sempre più spericolate. E si salverà anche il Cagliari di Tommaso Giulini, che un mese fa pareva spacciato e poi tra aiutini del Var e gol al novantesimo ha inanellato quei sei risultati utili consecutivi per tirarsi fuori dai guai.

E dovrebbe salvarsi lo Spezia di Vincenzo Italiano, che se l’è pure meritato sul campo, ma fa davvero fatica a stare in questa categoria. Salvo sorprese clamorose in questi ultimi due turni (più il recupero di Lazio-Torino), alla fine retrocederà il Benevento. Che comunque è arrivato a giocarsela all’ultima giornata, nonostante abbia vinto una sola partita nell’intero girone di ritorno, e in un campionato normale una squadra con questo record sarebbe retrocessa da tempo, forse non dovrebbe proprio giocarci. Aggiungiamoci il piccolo Crotone, che non ha mai avuto una chance. E il Parma disgraziato, che ha sbagliato tutto ciò che poteva sbagliare, dagli allenatori ai giocatori. Altro che tre retrocessioni: in questa Serie A ce ne vorrebbero sei.

Ci risiamo. Ad ogni campionato, quando la lotta per la salvezza entra nel vivo, ci ritroviamo a constatare l’inadeguatezza delle neopromosse, la mediocrità di tante provinciali che scommettono dichiaratamente sulla mancanza di rivali credibili, allestendo rose modeste in estate o, peggio ancora, smantellando e tirando i remi in barca a febbraio. Tutto per colpa della scarsa competitività della Serie A, che non può più permettersi venti squadre. Questa stagione non fa eccezione. Con una differenza, però: per la prima volta dopo anni si torna a parlare seriamente di riforma dei campionati e di riportare il torneo a 18 squadre.

Se ne parla da sempre, ma forse adesso è arrivato il momento buono. La crisi del Covid che ha fatto letteralmente esplodere la bolla del pallone, il tentativo di golpe della Superlega (un manipolo di ricchi disperati che per sopravvivere volevano ammazzare tutti gli altri), ha riproposto il problema: il sistema non regge più, ha bisogno di riforme. Prima fra tutte quella dei campionati. Se n’è parlato anche martedì, in un incontro fra tutti i presidenti di Serie A, che doveva decidere la guerra o la pace dopo le tensioni delle ultime settimane (e sembra abbia scelto la seconda). Anche il numero uno della FederCalcio, Gabriele Gravina, dopo aver parlato fumosamente “di riforma qualitativa e non quantitativa”, si è schierato decisamente per un taglio delle squadre. Presto, prima del 2024, quando partirà il nuovo bando dei diritti tv: Dazn per il prossimo triennio sta comprando un campionato a 20 squadre, e il cambio in corsa potrebbe avere ricadute economiche. Ma non si può aspettare tanto.

In questo campionato si fa fatica a scegliere la terza retrocessa, perché ce ne sarebbero 5-6 di squadre che non meritano di salvarsi. E forse la soluzione è proprio questa. Ridurre il numero di squadre significa snellire il calendario, di conseguenze le rose e i costi, e parallelamente aumentare il livello medio delle partecipanti. In poche parole: cominciare a restituire competitività alla Serie A. La massima serie è stata a 18 squadre per tanto tempo, passò a 20 nel 2004, ma erano gli anni d’oro, in cui era il torneo più ricco e bello al mondo, i campioni facevano a gara a venire in Italia. Adesso è un’altra epoca: 20 squadre non se le può permettere quasi nessuno, tranne forse la Premier League. Tornare indietro non è ridimensionamento, ma il primo passo verso il rilancio. Poi bisognerà anche ridurre le spese, porre un freno a stipendi dei calciatori e commissioni degli agenti, con un meccanismo di salary cap. Ora la Serie A deve cambiare. Altrimenti il Toro di Cairo potrà continuare a perdere 7-0 la partita decisiva. E magari persino a salvarsi.

Twitter: @lVendemiale

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