Una bella notizia: la società M4 S.p.A., concessionaria del Comune di Milano, ha aperto una manifestazione di interesse per “interventi di natura creativa e artistica” – sia permanenti sia temporanei – destinati ad animare le stazioni della nuova linea blu in costruzione. Non solo gli artisti da strada, ma anche e soprattutto le opere d’arte sono l’anima delle metropolitane di tutto il mondo. Da Brussels a Montreal, da Stoccolma a Los Angeles e, finalmente, anche in Italia: la metropolitana di Napoli, è un vero e proprio museo d’arte moderna. E sta per conquistare le tre stelle, la massima etichetta turistica che molte guide dedicano a questi particolari landmark urbani.

Da confortante e consolatoria, subito dopo la notizia si trasforma in deprimente. Le precisazioni in calce al bando sono chiare: “Gli interventi selezionati dovranno essere a totale carico dei proponenti, che dovranno quindi essere autosufficienti in termini economici, di eventuali sponsor, di fattibilità, di realizzazione nonché di sostenibilità ambientale”. Un cenno alla sostenibilità non guasta mai, soprattutto se generico. E il costo zero è riservato ad alcune iniziative, in ossequio a precise scale di valori, che escludono, per esempio, il fantasma del Ponte sullo Stretto, un esercizio intellettuale e artistico senza alcun esito, già costato più di un miliardo.

La metropolitana di Stoccolma ha cento stazioni. Ognuna contiene opere d’arte in piattaforma, sulle pareti o nella sala d’attesa. Dal 1957, gli artisti hanno svolto un ruolo chiave quando sono state costruite nuove stazioni. E nel tempo le stazioni più vecchie della metropolitana, progettate e costruite senza opere d’arte, sono state abbellite con sculture, murales e installazioni. Le documentazioni disponibili (non conosco lo svedese e potrei facilmente sbagliare) non citano mai il costo zero quale stella cometa della iniziativa.

Los Angeles ha destinato il 5 per mille dei costi di costruzione della metropolitana alla creazione di opere d’arte originali. Più di 250 artisti hanno contribuito con opere d’arte che si possono ammirare, soprattutto nelle stazioni della linea rossa e viola. Il concorso di idee appena chiuso il 25 aprile 2021, dal titolo Nos Vemos/We See Us, premia con 500 dollari le prime quattro idee artistiche e con altri 2.400 il vincitore, affinché possa documentare e implementare la propria idea progettuale.

Nel libretto Morte e resurrezione delle università, scrivo che “il concetto stesso di lavoro remunerato è in crisi, poiché si tende a pagare sempre meno chi fa un ‘bel’ lavoro, partendo dal presupposto che se è così bello… Il 60% di chi ha lavorato a Expo-2015 di Milano lo ha fatto gratuitamente: il paradigma del free work, nel suo duplice significato di lavoro gratuito e libero, sta emergendo come una caratteristica saliente del lavoro contemporaneo”. E l’esperienza m’insegna che, per contro, un consiglio professionale gratuito viene interpretato con sciatteria da chi lo riceve e lo aveva richiesto: un parere privo di valore, competenza, attendibilità.

Manca in Italia una normativa che consenta di destinare denaro pubblico all’arte? Neppure per sogno. I fondatori della Repubblica hanno scritto una legge fondamentale in materia. La legge 717 del 1946 disciplina le modalità obbligatorie di promozione dell’arte negli edifici pubblici. Per le costruzioni di valore superiore a una certa soglia, stabilita dagli aggiornamenti di legge, il 2 per cento della spesa totale va destinato “all’abbellimento di essi, mediante opere d’arte”. Una variante d’epoca moderna della prosa originale, che imponeva di dedicare questa somma “all’esecuzione di opere d’arte figurativa”.

Un uomo politico, scomparso durante la pandemia, dopo avere svolto importanti incarichi locali, nazionali ed europei, mi confidava spesso con orgoglio di aver fatto scrupolosamente rispettare questa norma. E, da studente, ho frequentato edifici scolastici costruiti a cavallo degli anni ’60, arricchiti negli spazi comuni da numerose opere d’arte. Probabilmente non avevano ancora emendato la legge 717, figlia dell’intero arco costituzionale emerso dai ruderi della guerra.

Le norme successive – leggi, decreti e circolari applicative – hanno modificato la legge 717 sempre con lo stesso spirito: ridurre l’onere e gli ambiti di applicazione, escludendo, per esempio, scuole, università, ospedali. E restringere anche le voci che determinano il “costo complessivo” dell’opera, limare la percentuale originaria, contenere il tetto di spesa.

Non è bastato un partigiano come presidente – episodio affatto anomalo rispetto alla storia italiana degli ultimi 50 anni – per conservare, promuovere, potenziare la creatività di questo paese. Un bene comune a cuore dei fondatori della Repubblica. Dimenticato.

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